La Storia, quella con la 's' maiuscola. Le istituzioni scolastiche e l'insegnamento - come e cosa insegnare e perché. Eppoi la competizione per entrare nelle migliori università britanniche, sbeffeggiando tutte le altre e chi ci finirà. In The Hystory Boys (2004) del drammaturgo inglese Alan Bennett si parla di tutto questo ma anche di cultura e letteratura (in un susseguirsi inesauribile di puntuali citazioni), di relazioni umane e di identità diverse, di sesso e omosessualità, delle varie età della vita, tra speranze, fragilità, frustrazioni nuove o antiche. Un testo che, in Inghilterra e in America, ha riscosso un grande successo di critica e pubblico raccogliendo un nutrito numero di premi. La produzione italiana curata da Ferdinando Bruni e Elio De Capitani (quest'ultimo oltre che regista anche interprete), ha riscontrato un successo piuttosto simile a quello dell'originale, guadagnando ben tre Premi Ubu: Miglior spettacolo del 2011; Miglior attrice non protagonista a Ida Marinelli e Nuovo Attore Under 30, assegnato collettivamente ai ragazzi della compagnia - tutti giovani diplomati nelle migliori scuole di recitazione italiane. Ora lo spettacolo è in scena al Teatro della Corte di Genova fino a domenica 26 febbraio 2012.
Per Alan Bennett la fascinazione per la storia è stata per anni primaria (dopo la laurea ad Oxford è rimasto all'università come ricercatore e insegnante di Storia Medievale) e forse si tratta di qualcosa che aveva radicato in lui tempo prima, quando una serie di piccole coincidenze, che avevano fatto incontrare la sua alla grande Storia, crearono importanti e indimenticabili svolte. Come scrisse nella sua raccolta di testi in prosa Writing Home, per esempio a 5 anni, il tanto atteso primo giorno di scuola, lunedì 4 settembre 1939, fu improrogabilmente rimandato perché proprio quel giorno cominciò la guerra; oppure quando i genitori non riuscirono a concepire l'idea di separarsi dai figli e opposero resistenza all'atteggiamento storico dominante tra le famiglie britanniche dell'epoca che prevedeva l'evacuazione dei bambini nelle campagne. La storia del play non è poi troppo lontana (come ha ammesso lo stesso Bennett) da quella da lui vissuta da ragazzo (figlio di un macellaio), che come gli "hystory boys", frequentò una scuola superiore ma statale salvo poi, lavorare con ostinazione e riuscire ad ottenere una borsa di studio per entrare a Oxford.
La produzione italiana Bruni/De Capitani sia nella scelta degli interpreti che nelle scene lavora a specchio sulla produzione originale inglese (persino i patchwork di fotografie sulle pareti della classe vengono da lì) che debuttò nel 2004 al National Theatre. I ragazzi sono anche fisicamente scelti sulla falsa riga delle fisionomie del cast inglese: così c'è il bello di turno Dakin (Angelo Di Genio), l'ebreo che è anche omosessuale e si sente sfigato Posner (Vincenzo Zampa), lo sportivo che stenta sempre un po' a cogliere il senso profondo delle lezioni Rudge (Marco Bonadei), il cicciottello, mascot della classe Timms (Andrea Germani), il credente Scripps (Giuseppe Amato); mentre restano un po' più nell'obra anche a livello di caratterizzazione Lockwood (Loris Fabiani), Akthar (Alessandro Rugnone) e Crowther (Andrea Macchi), anche se Macchi recupera terreno suonando il piano in scena. Sebbene questo gruppo di giovani interpreti crei un convincente ensemble che dà il meglio di sé nelle scene corali (complete di movimenti e cori), individualmente emergono solo Andrea Germani e Giuseppe Amato che in modo affatto diverso (per uso del corpo e della voce, più ecclettico e versatile il primo, più sotto controllo, composto il secondo), creano personaggi meno tipizzati e più completi, non contando su certi ammiccamenti che tendono a rendere macchiette altri.
A condurre le fila del racconto lo stravagante professor Hector (Elio De Capitani), che con il suo amore per le belle lettere (sia poesia o filosofia), procede in una conduzione della classe alquanto atipica, tra canzoni, interpretazioni di poesie, film e altri passi di cultura, incorporando nelle sue stesse battute versi di poeti e frasi di scrittori, da W.H. Auden a Rupert Brooke, da Frances Cornford a T. S. Eliot, da Thomas Hardy a A. E. Houseman e Kafka e Kipling e Larkin e Milton, e Orwell e certamente Shakespeare (Amleto e Re Lear) e filosofi (Pascal, Nietzsche, Wittgenstein) in una gioiosa quanto strampalata jam session dall'andamento erotico (con muscia dal vivo: Emer, Piaf, Watts, Beethoven, Pet Shop Boys). E l'erotismo è proprio alla base del personaggio stesso (contenuto al punto giusto e a momenti più esplicito), un omosessuale non confesso, con tendenze pedofile (invita i ragazzi in moto per palpeggiarli), tratteggiato con estrema delicatezza a livello drammaturgico, al punto da lasciar emergere più l'aspetto positivo di una figura votata alla cultura per la cultura (un omaggio a Wilde?), che quel suo certo "innocente" vizietto. Ida Marinelli ha un ruolo difficile e defilato (tanto poco articolato a livello testuale troppo remissivo in apertura tanto declamatorio nel finale - quanto poco sviluppato in scena) unica donna in una compagine tutta al maschile. Mrs Lintott, è l'insegnante di storia che il preside (reso piuttosto macchiettistico da Gabriele Calindri), rimpiazza con un insegnante più giovane (il complesso Irwin, reso convincente da Marco Cacciola: forte nei panni di docente, che spiega il suo punto di vista sulla storia, fragile nell'intimo, ancora una volta omosessuale) che dovrebbe spingere i ragazzi verso il photo finish per l'accesso a Oxford o Cambridge.
Uno spaccato di cultura britannica allo stato puro specie nella prima parte; spesso esilarante, altre volte tanto sofisticato da richiedere un anglofilo per cogliere le sottili implicazioni delle diatribe e degli stereotipi legati al maggior o minor prestigio dei college britannici con tutto ciò che ne consegue; o l'ennesimo gioco erudito questa volta proprio sulla Storia e in particolare sul revisionismo storico - nel play, l'idea di proporre un punto di vista originale, invece di incamerare solo fatti, è elemento chiave nell'atteggiamento sfidante del giovane professor Irwin che sembra proprio richiamare (e piuttosto esplicitamente) a quel movimento chiamato holocaust denial. Partito nel 1961, dalle affermazioni di David Hoggan, storico americano che nella Germania dell'Ovest pubblicò il volume Der Erzwungene Krieg (The Forced War), dove sosteneva che i tedeschi erano stati vittime, nel 1939, di una cospirazione Anglo-Polacca (proprio come 'recita' il professor Irwin nella classe degli Hystory Boys sollevando un polverone), il movimento acquistò maggior forza a metà degli anni '70. Tra le fila dei cosiddetti holocaust deniers militavano gli accademici Faurisson, Butz e il noto storico britannico, autore di bestseller David Irving che tanta assonanza trova - e non solo nel nome - nel personaggio di Irwin.
Da vedere, anche - perché no - per trarre ispirazione o fare autoriflessione tra tutti coloro che si trovano ancora quotidianamente tra i banchi di scuole e università (dall'una e dall'altra parte della cattedra).