Genova. La trans Valentina Canepa e Paola Pettinotti: il libro 'Container e tacchi a spillo'

Genova. La trans Valentina Canepa e Paola Pettinotti: il libro 'Container e tacchi a spillo'

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Un thriller ambientato nei vicoli tra prostituzione, odio e tenerezza. Storie dannate dalla città vecchia. Pubblichiamo un estratto

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Container e tacchi a spillo. L'accompagnatrice operaia (Fidelo's, 2011, 296 pp, 16 Eu) di Marco 'Valentina' Canepa e Paola Pettinotti

Un thriller autobiografico. Valentina è una trans che vive a Genova e lavora in porto come scaricatore; malgrado la sua differenza è riuscita a farsi accettare senza discriminazioni. A modo suo è integrata, impegnata politicamente, orgogliosa del proprio lavoro e del proprio essere.
In parallelo, scorre la vicenda di un'altra trans, Claudia, la sua vita povera di scopi e di speranze, la prostituzione, l'isolamento. C'è qualcosa di poco chiaro però nei continui malesseri di Valentina, nelle amnesie di Claudia. Per quanto le due trans siano diversissime, qualcosa lascia intuire un legame nascosto.
Un libro che racconta di umanità ferita, di odio e di tenerezza, in un vortice narrativo che ha il ritmo del thriller e la profondità del dramma, dove ogni presa di coscienza passa attraverso un doloroso e inevitabile percorso interiore.

Le autrici
- Marco 'Valentina' Canepa è una trans camallo al porto di Genova. Ha partecipato a numerose trasmissioni in TV. È consigliera nazionale e provinciale di Arcigay e nel 2010 è stata candidata al consiglio regionale della Liguria per i Verdi.
- Paola Pettinotti, nata a Torino nel 1956, è laureata in storia. Ha conseguito il patentino di guida turistica, attività che esercita tuttora. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari conseguendo ottimi risultati. Ha pubblicato con la Casa editrice Frilli di Genova il romanzo giallo Ghetto(2005) e un racconto nell'antologia Donne e crimine (2007). Ha scritto anche alcuni saggi tra cui diverse biografie della serie I grandi filosofi ed è di imminente uscita una sua Breve storia di Genova.

Lunedì 5 marzo 2012, alle ore 21.00, a Palazzo Ducale (piazza Matteotti, Genova) è in programma la presentazione del libro Container e tacchi a spillo. L'accompagnatrice operaia (Fidelo's, 2011, 296 pp, 16 Eu) di Marco 'Valentina' Canepa e Paola Pettinotti. Oltre all'autrice, partecipano all'incontro Don Andrea Gallo, il filosofo torinese Gianni Vattimo, il fondatore di Fedelo's Editrice Andrea Marvasi e il co-editor Giacomo Pinelli.
L'incontro ha il patrocinio di Approdo - Comitato Provinciale Arcigay Genova e Comunità di San Benedetto al Porto.

Di seguito pubblichiamo alcuni estratti del libro.

Genova - Venerdi 2 marzo 2012

Claudia appoggia il cellulare sulla toeletta e continua a truccarsi. Fondotinta, correttore, cipria compatta, fard, ombretto, eye liner. La mano ha un tremito e la linea nera invece di contornare la palpebra guizza verso il sopracciglio in uno zig zag sbavato e denso. Anche l'altra mano trema: sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco, un'assenza che va riempita immediatamente. Prima che diventi dolore, che diventi panico.
Dal fondo di un cassetto estrae la scatolina magica, si lascia cadere un pizzico di polvere sotto la lingua. Disgustosa. Stupenda. La sua medicina, il suo passaporto per una giornata tranquilla, in relativa pace con se stessa e il mondo.
Ora va meglio. Può applicare senza grossi problemi la matita alla palpebra inferiore, il mascara sulle ciglia. Rossetto. Scuro, evidenzia le labbra.

Squilla il cellulare. Il display si illumina: numero privato. Un moto di stizza. Eppure sugli annunci lo specifica sempre: niente chiamate anonime. Ma gli uomini sono così, o per lo meno gli uomini che la contattano: conigli. Bambini mai cresciuti, terrorizzati dagli esiti che il loro gioco segreto potrebbe avere nella vita reale, quella pulita, limpida, di tutti i giorni. Paura di essere identificati, paura di un ipotetico ricatto. Uomini che quando per caso ti incontrano per strada fingono di non riconoscerti, come se un accenno, un saluto, possa sporcare il loro bel completo pulito, la loro cravatta sgargiante. Che se sono in compagnia di altri, ti dileggiano a voce alta, per coprire con battute volgari la nitidezza dell’immagine di loro stessi in ginocchio ai tuoi piedi, la lingua sui tuoi stivali di pelle.

Il dito esita sulla tastiera del cellulare, vorrebbe schiacciare l’off, mandare a cagare quell’ennesimo anonimo: non è una buona giornata, malgrado la medicina qualcosa punge Claudia con spilli aguzzi di malessere.
Invece l’unghia si abbassa sull’on: bisogno di soldi, certo. Ma anche l'unica cosa che sa, che può fare: quel primo gesto d'assenso, quell'accettare un contatto che prelude ad una catena di gesti che portano sempre dalla stessa parte. Una pièce ripetitiva alla nausea, malgrado le infinite varianti. Sesso, banalmente.

[...]

Luci, colori, il brivido di trovarmi da solo in un quartiere che non è il mio, terra incognita di vicoli misteriosi pieni di timore e aspettative. Per una volta, mi sento sicuro di me stesso, quasi felice, con una piacevole sensazione di fiducia nel futuro; per lo meno nel futuro immediato, come se dietro ogni angolo possa nascondersi una sorpresa. Le mani piene di pacchetti, i piedi che sembrano correre per conto proprio nell’aria frizzante tardopomeridiana, sono ormai arrivato in fondo a via del Campo, gli ultimi negozi, fine del giro.
A questo punto dovrei fare dietro front e riprendere l’autobus se voglio essere a casa per cena. Invece mi fermo, esito, sbircio verso l’imbocco di via Prè.

Come tutti gli altri ragazzini, ho sentito favoleggiare di via Prè e dei suoi segreti: spaccio, contrabbando, prostituzione, un posto che si ci entri ti trovi subito il coltello alla gola. Un luogo proibito. Vista così però sembra una strada come un’altra, priva di particolare carattere o attrattiva. Un vicolo stretto e fatiscente, ma non più di quello che ho appena percorso in tranquillità assoluta. Però da lì, in effetti, si vede ancora poco, solo le prime case, un macellaio, un pollivendolo, un crocchio di persone dall’aria non troppo pericolosa, un cane. Se mi inoltrassi di poco, appena due passi, giusto per farmene un’idea più precisa, non mi succederebbe certo nulla di male.

Così attraverso, striscio timoroso lungo i muri; poi man mano mi rassicuro. Ci sono in effetti delle bagasce, e dei tizi dall’aspetto non troppo per bene, ma nulla che faccia davvero paura. Ne rimango quasi deluso: da via Prè mi aspettavo di più, qualcosa di perverso, di fenomenale. Finché il fenomeno non mi si manifesta davanti all’improvviso, in una nube di profumo e scintillio di gioielli pacchiani. Da un negozio è uscita una strana creatura, spalle larghe e fianchi stretti da uomo, ma volto, seno e abiti femminili.
Rimango imbambolato a fissarla, mentre quella si allontana: un travestito, come quelli intravisti in televisione, ma vero questo, in giro per strada, a fare acquisti in un negozio normale. Esistono davvero allora, non sono pura finzione! Vorrei inseguirla, parlarle, ma d'improvviso mi manca il coraggio, la timidezza mi paralizza contro un muro. Così resto lì, brasato, con i miei pacchetti in mano, finché lo stupore non lascia il posto alla curiosità, e incomincio a chiedermi che cosa abbia appena comprato quella strana creatura.

Do un’occhiata alla vetrina da cui è uscita: scarpe, modelli classici, niente di speciale. Ma la vetrina continua, fa una elle, e la parte finale rimane invisibile dalla strada. Forse lì c’è qualcosa di più interessante... mi sporgo, e resto senza fiato. Altre scarpe, ovviamente, ma spettacolari: tacchi a spillo di un’altezza mai vista, zeppe colossali, cinghietti tempesti di brillantini, stivali fino alla coscia in plastica fucsia e viola. E soprattutto un cartello, scritto a mano: numeri fino al 45. Scarpe da donna per uomo.
Il desiderio mi secca la bocca, mi fa palpitare il cuore.

[...]

Elettra riprende in mano il telefono, forse per la decima volta. Non sa più da quanto tempo è lì in piedi davanti al tavolino, ma nel frattempo la luce è variata nella stanza, incupendosi di tramonto attraverso le pesanti tende viola, e lei non è ancora riuscita a decidersi.
Per quanto il termostato indichi i soliti ventisei gradi, il sudore le scorre sotto le ascelle, le incolla la camicetta alla pelle; le mani grondano, viscide, così che ogni volta che riappoggia il cordless deve affrettarsi a ripulirlo con l'orlo della gonna affinché non resti l'alone sulla plastica effetto metallo.
Elettra ha paura, una paura viscerale, devastante; ma non quella solita, a cui ormai è avvezza, piuttosto una sensazione nuova. Dilaniante. Un dubbio, che per la prima volta l'attanaglia. Non su se stessa: su di sé dubbi ne ha costantemente, esitazioni paralizzanti che preludono all'immancabile certezza della propria inadeguatezza. No, è di lui che sta dubitando. Per la prima volta.
Per la prima volta non riesce a non pensare che lui stia sbagliando. Che stia facendo qualcosa che non dovrebbe, qualcosa di assolutamente ingiusto. Perché anche un'oca come lei sa che ci sono delle cose che non bisogna fare, che nessuno deve fare, nemmeno se è un dio in terra. Nemmeno se è lui, ecco. Cose tipo uccidere.

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