Genova. Francesca Biasetton tra calligrafia e arte. L'intervista

Genova. Francesca Biasetton tra calligrafia e arte. L'intervista

© Silvia Ambrosi

La calligrafa genovese si racconta. Dalle Olimpiadi al cinema, dalla pubblicità alle passerelle di moda. «In un mondo fatto in serie, la personalità passa per la scrittura a mano»

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Genova - Giovedi 14 giugno 2012

Le nostre giornate passano in gran parte tra sms, chat, computer e font digitali, tanto che alla fine non ci facciamo quasi più caso: ma per molti tenere in mano una penna, anche solo per prendere qualche appunto, è diventato un gesto poco frequente.
Tanto poco frequente che nelle scuole dell'Indiana, nei tecnologicissimi Usa, l'insegnamento del corsivo dallo scorso autunno non è più un obbligo per i bambini delle elementari: dagli otto anni è meglio dedicare tempo alla tastiera, per vomitare sulle keyboards quante più parole possibili e adeguarsi all'era del web 2.0.

Per il momento in Italia il digital divide ci salva da questa evoluzione della specie, ma anche a casa nostra il rito della scrittura a mano - tanto più se bella scrittura - è ormai relegato a pochi professionisti. Chi ha la passione della diplomatica, o vive il piacere della ricerca in archivio, sa che il fascino della calligrafia abbiamo iniziato in realtà a perderlo a Ottocento inoltrato, con l'avvento delle prime costosissime macchine da scrivere.
La mazzata all'arte della calligrafia è arrivata di pari passo con l'avanzare delle tecnologie digitali
. E se ancora oggi in gran parte dei concorsi pubblici le commissioni si dilettano nell'interpretazione di raffinati geroglifici da parte di professionisti poco avvezzi alla biro, a scuola stanghette e cornicette sono relegate ai ricordi se non dei nonni, almeno a quello dei fratelli maggiori.

Ne abbiamo parlato con Francesca Biasetton, presidente dell'Associazione Calligrafica Italiana che dopo aver prestato la sua arte al cinema e alla pubblicità - suoi tra i tanti i lavori per le Olimpiadi invernali di Torino e il lettering della Leggenda del pianista sull'Oceano di Tornatore - si è imposta come obiettivo quello di insegnare nuovamente ai bambini a scrivere a mano.
Perché nella società dominata dai font digitali, la calligrafia si presta alle soluzioni - anche commerciali - più disparate: dal cinema ai loghi, dal lettering alla pubblicità, dalle sfilate di moda alla performance, dai wedding ai libri, dal teatro alle campagne sociali, dalle brochure ai video.

Biasetton, vi è un contrasto tra mondo digitale e mondo calligrafico? Lei come lo vive?
«Si tratta di mondi molto diversi, opposti, che, però, a tratti devo far convivere tra loro. Dipende dall’opera che intendo creare o che mi viene commissionata. Nel caso di un originale non destinato ad alcuna riproduzione o nel caso di scrittura su abiti, mobili e pareti, o di un intervento live mi avvalgo esclusivamente della calligrafia, mentre nel caso di un logo, di un lettering, di una pubblicità, se la base essenziale rimane la scrittura a mano, si richiede una sorta di trasposizione nel digitale, digitale che, per quanto mi riguarda, non contiene creatività. Ogni creatività risiede nella base, nell’opera a mano, nella bella scrittura, nella calligrafia».

Tra mail, chat, sms e comunicazione sempre più veloce, abbiamo perduto il gusto per la scrittura a mano?
«Ci siamo lasciati adescare dalla rapidità, a discapito della qualità, dell’unicità, della storia. Si pensi a una lettera scritta a mano: contiene decisione, anima, attenzione per la forma, espressione dei caratteri estetici dell’individuo. Chi ne è l’autore? La scrittura a mano, specie quando calligrafica, lo rivela. Rivela la personalità di chi scrive, delle sue scelte, a partire dalla carta e dalla penna. Una lettera scritta a mano possiede una storia, racconta un viaggio. Inverosimile una lettera d’amore digitata al computer, potrebbe provenire da chiunque: standardizzata, anonima, il suo aspetto non espone alcuna singolarità. Chi mai affiderebbe alla rete le proprie partecipazioni di nozze? Abbiamo erroneamente creduto di poter rinunciare alla scrittura a mano. Ci stiamo accorgendo che questa rinuncia significherebbe rinunciare a una gran parte della nostra umanità».

La grande nuova attenzione per la bella scrittura, il ricorso a essa è quindi una risposta a un mondo sempre più informatizzato?
«In questo mondo automatizzato e serializzato, si recepisce con forza il bisogno di un prodotto esclusivo e originale. Sono parecchi i committenti, e non solo, a recepirlo, accorgendosi della sostanziale differenza tra un font, che imita la scrittura a mano, e la scrittura a mano vera e propria. Di conseguenza, in parecchi optano, a ragione, per la bellezza estetica della calligrafia. Altri, invece, proseguono col farsi ingannare dai troppi abusi di font che simulano la scrittura a mano e finiscono col lasciarsi ammaliare dal falso, confondendo un prodotto unico con un prodotto seriale».

Quando si pensa a un calligrafo per eccellenza, lo si immagina sepolto tra antichi volumi, immerso nella scrittura tra calamai e penne d’oca. Al più, con qualche pennino o una stilografica. Come lavora davvero?
«Ci sono calligrafi professionisti e calligrafi dilettanti. I primi si distinguono per serietà e competenze. I secondi si promuovono attraverso immagini di penne d’oca piene di fronzoli e di finte pergamene, per vendere falsi sapori e falsi effetti antichi. I calligrafi professionisti impiegano strumenti classici e strumenti insoliti: la penna d’oca sì, ma “nuda e cruda”. Questi strumenti costituiscono parte integrante del mio lavoro, nelle sue tante espressioni, strumenti con cui riesco a scrivere su diversi materiali, a loro volta classici e insoliti».

Ha sempre scritto a mano, o è una passione nata in età adulta? Quando ha compreso che sarebbe diventata la sua professione?
«Scrivo a mano da sempre. La prima grande passione è stata il disegno. Non ricordo istante della mia infanzia priva di matite, pennarelli, pastelli in mano. Da qui ho sviluppato un interesse e un amore per la scrittura a mano, che si sono trasformati in professione vera e propria, a partire da miei studi specialistici all’estero, dalla Roehampaton University di Londra in avanti. Un calligrafo professionista è tale solo se vanta importanti esperienze di studio, esercizio, collaborazione».

La calligrafia è una forma d’arte o è una semplice decorazione?
«È un’arte, che contiene e trasmette emozioni, conoscenze, tecniche, è un’arte in cui mi pongo l’obiettivo di conseguire il bello. Per nulla semplice, risulta suscettibile di applicazioni decorative, tra le molte altre sue applicazioni».

Come convivono le sue attività di illustratrice e di calligrafa?
«Convivono bene, quali due diverse modalità, attenzioni e concentrazioni sul segno. Posso unire illustrazioni e calligrafia in un medesimo progetto. A volte con determinatezza e nettezza, come nel caso di illustrazioni che necessitano di un testo. Altre volte con maggiore libertà, come nel caso di collage, in cui impiego scarti di lavori calligrafici».

Tra l’altro, ha insegnato e insegna a disegnare con le lettere. Ma, tornando alla bella scrittura, non dimentichiamo che a scuola non la si apprende più.
«Purtroppo, la calligrafia, quale materia di studio, è stata abolita in Italia più di quaranta anni fa. Oggi i bambini apprendono male la scrittura, costretti a imparare male diversi modelli di grafie. A risentirne sono la loro educazione, emotività, creatività, cognizione. Per ovviare a ciò, occorre che bambini e insegnanti tornino a scuola di calligrafia. L’Associazione Calligrafica Italiana, che presiedo, sta lavorando da tempo in questa direzione, offrendo corsi teorico-pratici sull’insegnamento del corsivo ai bambini. Personalmente, sto progettando alcuni corsi in proposito, in diverse città».

La calligrafia rimane in sostanza il grande specchio della cultura. Quali differenze intravvede tra Occidente e Oriente?
«In Oriente e Medio Oriente la calligrafia ha una vita autonoma, al di là della sua funzione di leggibilità. Mentre in Occidente si è trasformata solo di recente in vera e propria arte, acquisendo la capacità di liberarsi dalla finalità di trasmettere un testo. La mia ricerca prettamente artistica segue da tempo questa direzione: lavoro sul simbolo, privandolo della sua semantica, per trasformarlo in puro segno. Prediligo l’asemic writing».

A proposito di ciò, tra gli artisti con cui ha collaborato vi è l’iraniana Golnaz Fathi.
«Essere invitata a Teheran e lavorare con Golnaz Fathi ha confermato il coraggio della mia scelta dell’asemic writing, arricchendo e rafforzando il mio privilegiare il segno sul simbolo. Quella con Golnaz è un’esperienza che ci ha viste in Italia, oltre che a Teheran, un’esperienza che ci ha segnato entrambe, sotto il profilo artistico e umano. Con Golnaz, artista che utilizza l’alfabeto arabo, alfabeto che conosco, i miei orizzonti creativi si sono ampliati. Nelle nostre collaborazioni abbiamo sempre evitato il ricorso a ogni tipo di scrittura digitale e digitalizzata».

Di tutte le sue esperienze professionali, ce n’è qualcuna che le ha fatto capire quanto sia imprescindibile il ricorso alla calligrafia, pur vivendo immersi nella tecnologia?
«Ogni mia esperienza professionale».

Approfondisci

Francesca Biasetton nasce a Genova e a lei si applica bene la locuzione nemo propheta in patria sua. Si specializza in Belgio, Germania, Inghilterra. Illustratrice con la malattia dell’alfabeto e calligrafa che ama il disegno, lavora da subito nell’ambito della moda, disegnando immagini per periodici specializzati, cataloghi, riviste, pagine pubblicitarie. A questa sua produzione viene dedicata una personale, Cento disegni per la moda.
Espone a Favolose – 15 illustratrici italiane per l’infanzia, mostra di cui realizza il logo, selezionato per l’Annual 2006 di Letter Arts Review. Calligrafa professionista da oltre vent’anni, dopo avere approfondito gli alfabeti formali, privilegia le forme espressive della calligrafia. Amplia la propria professionalità con lo studio della lingua e della calligrafia araba. Realizza opere per la collezione dell’Accademia d’Arte di Berlino (Berlin Sammlung Kalligraphie), nonchè i titoli di testa per il film La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore. In teatro è protagonista con Abbecedario, spettacolo in cui disegna dal vivo in videoproiezione e per cui illustra l’omonimo volume, Premio Andersen 2003 e Premio Stregagatto 2004. Invitata a Teheran a Incontri, lavora con l’artista iraniana Golnaz Fathi. È assistente di Brody Neuenschwander nell’allestimento The Children of Uranium di Peter Greenaway, nonché autrice dello slogan calligrafico dei XX Giochi Olimpici Invernali. In occasione del Fuorisalone 2010 decora per Midali una serie limitata di abiti scritti a mano, mentre in occasione dell’Elita Design Week Music Festival 2012 è coprotagonista della video installazione Writing Stage Diving. Tra le sue competenze, creazioni e produzioni ricordiamo: logotipi; payoff; lettering per film, libri e video (tra cui quello di Palazzo Ducale contro l'omofobia); decorazioni di muri, mobili, stoffe e ceramica; scrittura sul corpo; scrittura live per eventi; scrittura per presentazioni, sfilate, wedding; workshop e seminari; illustrazioni e immagini di copertina per editoria, pubblicità, brochure. La sua produzione puramente artistica si distingue per una peculiare ricerca sul segno e l’asemic writing. All’estero espone in Austria, Germania, Iran e Pakistan.
È Presidente dell’Associazione Calligrafica Italiana.

Matteo Paoletti

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