'L'appalto': il nuovo romanzo di Sergio Grea

'L'appalto': il nuovo romanzo di Sergio Grea

Lunedi 2 luglio 2012

Il disastro ambientale del Lago d'Aral in un thriller dal respiro internazionale. Una storia di soldi e potere nel gelo dell'Asia Centrale. Pubblichiamo un estratto

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L'appalto (Piemme, 2012, 489 pp, 18.50 Eu) di Sergio Grea

Dave Stirling ha bisogno di ricominciare. Come per New York, la sua città, l’11 settembre è una ferita ancora aperta, perché quel giorno ha perso il suo studio ma soprattutto il suo socio e migliore amico. Avvocato di diritto internazionale ridotto sul lastrico dall’assicurazione che non si decide a risarcirlo, non ha davvero più nulla da rischiare. Per questo, quando Vladimir Kroshenko, uno dei più potenti uomini d’affari della nuova Russia, richiede la sua consulenza per una trattativa delicata e complessa, non può che accettare. Il magnate vuole assicurarsi la costruzione di alcune dighe sulla parte uzbeka del Lago Aral; un progetto parte della grande operazione di recupero ecologico in un’area compromessa da decenni di politica economica spregiudicata. Il concorrente da battere è una società francese che si serve di una giovane negoziatrice con fama di essere infallibile, Edith Beauvart. Ma non è quella donna dal fascino algido l’ostacolo più arduo. In Uzbekistan, dove il gelo mozza il respiro, quel paesaggio arido e ostile sembra presagio di un affare ben più complicato, in cui entrano in gioco attori imprevisti e pericolosi. E Stirling inizia a sospettare che dietro le motivazioni ambientaliste si nascondano interessi decisamente meno nobili. Perché quel territorio, per ragioni diverse, fa gola a molti. E nessuno è disposto a stare a guardare.

L'autore
Sergio Grea, nato a Genova, ma milanese d’adozione è stato un manager di altissimo livello nel settore petrolifero, incarico che lo ha portato a viaggiare in tutto il mondo. Ha vissuto, tra l’altro, nel Corno d’Africa e, proprio da quest’esperienza, ha tratto ispirazione per il suo romanzo I signori della sete (Piemme, 2009), per cui la stampa ha mostrato molto interesse. Ha conoscenza diretta anche dell’Uzbekistan che fa da sfondo a L’appalto, così come di buona parte dell’Asia Centrale. Ha pubblicato anche Vorrei che fosse domani e Saigon, addio.

Il mattino dopo i gradi sotto lo zero sono sette. La neve grigia è ammonticchiata ai lati delle strade e l’auto nera che alle otto e quindici è venuta a prenderci al Cosmos procede come può. Ho dato uno sguardo alla statua di de Gaulle e mi è sembrato poco contento pure lui, con tutta quella neve ghiacciata che ha sul naso, e che più tardi comincerà a gocciolare.
Il traffico è estenuante, l’aria è greve e puzza di scappamenti d’auto. Mosca mi sfila lentamente davanti con i suoi tetri palazzi staliniani, massicci e sgraziati, alti lassù sino a sparire nella foschia che schiaccia tutto.

Alle nove meno cinque l’auto si ferma in una piazza soffocata da una lugubre costruzione che incombe addosso. Mi sembra di averla già vista in qualche fotografia.
«Piazza Lubjanka» m’informa James. «Il KGB
Entriamo nel palazzo di fronte. Formalità a non finire con uscieri in apparenza gentili, ma di fatto duri e irsuti. Ascensore, quarto piano, corridoio con moquette, ultima porta a sinistra. Il segretario che ci accompagna bussa leggermente.
Da dentro una voce roca dice qualcosa.
James mi stringe il braccio.
«Buona fortuna» sussurra.

Entriamo. Vladimir Kroshenko non è molto diverso da come l’ho immaginato. Completamente calvo, la testa troppo grossa per le spalle che la sorreggono, statura media, corpulento. Il naso è importante, largo e forte, chissà quanta neve ci starebbe su. Le labbra sono abbondanti e la voce è da caverna. Le gambe sono sul corto, e così le braccia. Gli occhi chiari sono gelo e fuoco insieme. Si alza dalla scrivania ingombra di carte e ci tende la mano. L’ufficio è pesante e pretenzioso. Sotto le nostre suole si stendono due Boukara di prima scelta.
«Benvenuto a Mosca» mi dice in un buon inglese.
Sediamo intorno a un tavolino. Sopra ci sta fumando una teiera di porcellana fine.
«Mi fermo solo qualche minuto» dice James. «Ho riferito a Dave quello che mi ha autorizzato a dirgli. Ora sta a voi due.»
L’uomo mi studia. Annuisce. Fuori ha ricominciato a nevicare.
Beviamo il tè dicendo cose di circostanza, e intanto osservo il personaggio che può essere la mia fortuna o la mia fine. Trasuda potere, denaro, potenza e forza. I peli sullo stomaco gli si indovinano anche da sotto il perfetto doppiopetto scuro che si apre sul panciotto. Non spreca un gesto, una parola, uno sguardo, un battito di ciglia.
James finisce il tè e si alza.
«Ci vediamo stasera al Cosmos» mi dice dopo avere stretto la mano a Kroshenko.

Rimango solo col tycoon russo, anzi ucraino. Una volta era più o meno la stessa cosa, oggi no. Gli porgo le quattro pagine di curriculum. Le scorre in fretta, poi le posa sul tavolino e pianta gli occhi nei miei.
«Per me conta soltanto quello che di lei mi ha detto il professor Rubbard. Ho piena fiducia in lui e nella sua reputazione. Inutile ricordarle che quello che ci diremo deve assolutamente restare tra di noi. Non tollero fughe di notizie.»
Intuisco cosa vuol farmi capire. Ci può sempre essere un sicario nel buio della Lubjanka.
«Lì dentro» accenna a un grosso plico sulla scrivania, «c’è del materiale che potrà esserle utile, ma prima dobbiamo capirci, e io ho soltanto un’ora. Ha qualcosa da chiedermi?»
«Tutto.»
«Allora ascolti e faccia attenzione» dispiega sul tavolino una cartina. Al centro c’è un lago diviso in due tronconi e intorno nomi di paesi. Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan, Tagikistan, Afghanistan, Kyrghisistan.
«È quello che è rimasto del lago Aral» continua. «Un tempo era il quarto lago del mondo, oggi è ridotto a poco più di due pozzanghere.» Kroshenko ha sempre gesti bruschi. «In quel plico c’è scritto perché è successo, con tutti i dettagli sulla pazza politica del cotone di Stalin e dei suoi successori. Hanno imposto all’Uzbekistan, che allora faceva parte dell’URSS, una produzione intensiva che ha assorbito gran parte dell’acqua di quella terra. Hanno impoverito i due grandi fiumi del Pamir e ucciso l’Aral, e col lago la vita di quanti gli vivevano intorno. Città uzbeke e kazake, nate e prosperate sulle sponde del lago, oggi sono città morte.»

«James Rubbard mi ha parlato di disastro ambientale
«Esatto. Un disastro nato male e affrontato peggio. Quando anni fa la Banca Mondiale e le altre istituzioni internazionali ci hanno messo il becco l’hanno fatto in modo disunito, burocratico e tardivo.» Mi studia con occhi mobilissimi. «Tanti furboni in doppio petto hanno creato enti e comitati e poltrone per i loro funzionari, ma di concreto hanno combinato poco. Ora finalmente si sta cominciando a fare sul serio, e iovoglio esserci. Per questo ho creato la ASP.»
Mi viene da domandargli se quale alto funzionario ministeriale della vecchia URSS non si senta parte di quella politica che ha definito pazza, ma lascio perdere. Tanto risponderebbe che non l’ha mai condivisa.
«Rubbard mi ha detto delle dighe.»
«È la soluzione condivisa da tutti. Sulla sua parte di lago il Kazakistan ha già cominciato a costruirne per bloccare il deflusso delle acque e rialzare il livello del Piccolo Aral.» Me ne indica sulla cartina il troncone nord. «Ora l’Uzbekistan progetta di fare lo stesso per la sua zona, il grande Aral.» La matita scorre sulla porzione di lago a sud. «Il governo di Tashkent ha indetto una gara per la costruzione delle dighe e ora siamo rimasti in due a contenderci l’appalto. Io cerco qualcuno che me lo faccia vincere.»

«Teme che la ASP non ce la faccia?»
Ha un gesto d’insofferenza e il suo faccione si riempie di rughe.
«Se i francesi mandano a Tashkent la loro star come capo delegazione, è segno che vogliono assolutamente vincere. Pure loro pensano che l’appalto dell’Uzbekistan aprirà le porte di altri paesi dell’Asia Centrale. La BS non si muoverebbe in forze se non ne valesse la pena. Quei parigini sono dei gran bastardi, ma ci sanno fare.»
«La BS è la Barrages Soulignac?»
Mi guarda, sorpreso.
«Sì. La conosce?»
«Ho seguito un caso in Senegal e sono venuto in contatto con qualcuno dei loro. Niente di più.»
Mi studia con occhi nuovi. Ho azzeccato una fortunata coincidenza.
«Ha incontrato anche Edith Beauvart?» mi chiede.
«No.»
«È lei la capo delegazione. Un osso durissimo, una che non guarda in faccia niente e nessuno» dà un’occhiata all’orologio.
«Sa cosa mi aspetto dalla persona che sto cercando?»
«Che guidi a Tashkent la delegazione della ASP e che se la veda a brutto muso con quella donna.»
«Esatto.» Prende la scatola di sigari e me ne offre, io declino e lui se ne accende uno, ed è pestilenziale. «In Uzbekistan ho mandato un buon team, ma il suo capo, l’ingegner Sacha Lezhnev, è un ottimo tecnico che ha però un problema. Non sa essere duro e così, se si trovasse sotto la pressione sia degli uzbeki che della BS, ci si perderebbe dentro e di lui farebbero un boccone. Sacha sa progettare dighe perfette, ma negoziare non è il suo forte. Poteva farcela se da Parigi non avessero esso in campo la Beauvart, ma con lei in gioco lui sarebbe andato al massacro.»

«Cosa dovrei fare a Tashkent?» domando.
Spegne con forza nel posacenere il sigaro che ha appena acceso.
«Quattro cose. Primo, essere più duro della Beauvart. Secondo, tenere testa alle pressioni del governo uzbeko e non xedere ai loro ricatti. Terzo, se quella donna gioca al rialzo, rialzare più di lei. Quarto, se invece gioca al ribasso, non seguirla nel bluff e mantenere i nostri termini. Stirling, voglio quell’appalto, ma lo voglio alle nostre condizioni. Sono in affari per fare quattrini e non per fare regali agli uzbeki o ai francesi.»
«Mi faccia capire. Se l’appalto Aral può essere il biglietto d’ingresso in Asia Centrale, non è disposto a pagarne un prezzo?»
«No.»
«La BS potrebbe invece farlo e aprire la borsa.»
«Affari loro.» Mi fi ssa. «Chi lavora per me deve volere tutto, e portarmelo. Sono abituato così.»
Vladimir Kroshenko non mi entusiasma, d’altra parte non mi aspettavo d’incontrare un chierico. La mia professione è quella che è, come del resto lo sono tante altre. Se avessi lavorato solo con chi mi andava sarei ancora ad appiccicare francobolli sulle buste.
Lui continua a studiarmi. Forse gli vado bene, ma non ha ancora deciso se saprò portargli quello che esige. Appalto, tanti quattrini e condizioni contrattuali ferree.
«Sacha Lezhnev sa che sarà affiancato da un consulente?» chiedo.
«Lo saprà a suo tempo.»
«Per leggere quelle carte» accenno al plico «devo firmare un accordo di segretezza?»
«No. Non la reputo tanto ingenuo da farne altro uso. Può restare qui e studiarsele. Io starò via un paio d’ore.»
Gli dico che mi sta bene. Si tira su sulle gambe corte e tozze.
Come James, anche lui mi arriva alla spalla.

«Non mi ha chiesto cosa sono disposto a pagare» osserva, il faccione livido.
«Glielo chiedo adesso.»
«Duecentocinquantamila dollari subito e altri duecentocinquantamila ad appalto ottenuto. Fondo spese a sua completa discrezione.»
Penso al lugubre direttore di banca di New York. Alla mia casa di Garden City in bilico sul burrone di tre rate non pagate. All’essere costretto a chiedere voli low cost. Mezzo milione di dollari non sarebbero una boccata d’ossigeno. Sarebbero un tornado.
«È ragionevole» osservo.
«No, è molto di più e lei lo sa. Ma io voglio quell’appalto. Le faccio portare dell’altro tè.»
Valdimir Kroshenko indossa pellicciotto e colbacco e se ne va. Il segretario di prima mi porta il tè. Lo sorseggio in piedi davanti alla fi nestra che dà sul palazzone grigio del KGB. Giurerei che prima di diventare quello che adesso è, il mio uomo bazzicava là dentro.
Torno al tavolo, apro il plico e comincio a leggere.

Sergio Grea

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