"Produzione propria". Immagino vi sia già capitato, in vacanza o andando in campagna a trovare la vecchia zia, di leggere cartelli simili. Seguendo le indicazioni si arriva quasi sempre in una fattoria dove vi fanno assaggiare il formaggio o il salame
"del contadino". Chiunque abbia gustato tali delizie misura ormai in
anni luce la distanza che separa il gusto verace da quello propinato dai succedanei industriali che troviamo al supermercato.
La stessa cosa vale per la birra,
anzi, forse di più.
Cioè, molto semplicemente,
non c'è paragone fra una birra fresca, nata il giorno prima, e una pastorizzata, imbottigliata in fusti di metallo e infine bevuta a tre mesi e mille chilometri di distanza. Sono proprio due gusti diversi, percebibili anche da chi non è un esperto sommelier.
Va bene, direte voi, e allora? Non posso andare in Belgio ogni sabato sera per farmi una birra. Beh, mica bisogna arrivare fino in Belgio, ormai la birra non pastorizzata è
alla portata di tutti.
Le strade sono due: l'homebrewing o la microbirreria.
L'
homebrewing, chi sa l'inglese l'ha già intuito, consiste nel farsi la birra in casa. Non spaventatevi, il processo è
semplicissimo, basta munirsi di un kit, di qualche litro d'acqua senza cloro e di una ventina di giorni di pazienza.
Internet pullula di siti prodighi di consigli (il migliore è
maxbeer) e a Genova quasi tutti i negozi che trattano articoli agro-vinicoli vendono il kit e gli ingredienti-base per farsi la birra in casa.
Se poi dopo le prime produzioni vorrete tentare qualcosa di
raffinato (che so, una doppio malto al miele con luppolo dolce-amaro e retrogusto di mirtillo), è sempre la rete delle reti a venirvi in aiuto: sul sito di
Mr. Malt con 50 sacchi trovate di che sbizzarrirvi per un anno.
La seconda opzione è altrettanto gustosa: passare una serata in una
microbirreria.
La microbirreria non è - come potrebbe suggerire il nome - un pub piccolo e stretto, ma un locale che vende
la propria birra. La strada è esattamente quella di chi si fa la birra col kit di cui sopra, solo che bisogna pensare in grande, con ettolitri d'acqua e quintali di malto. Lungi dall'essere inferiore alla birra casalinga, la produzione di queste microbirrerie gode della stessa genuinità arricchita semmai dal fatto che chi ne miscela gli ingredienti è in genere un
braumaister (mastro birraio) esperto.
All'estero la microbirreria è stata la naturale evoluzione di una cultura birresca che contava miriadi di piccoli produttori locali, spesso a conduzione famigliare.
A Parigi ad esempio vi segnalo il
Frog & Rosbif, con ottime birre d'ispirazione britannica (e simpaticissimi nomi con bisticci di parole anglo-francesi, come la
Dark de Triomphe o la
Parislythic). A Lilla, dopo aver bevuto la
Blanche dei
Trois Brasseurs, troverete che la
Hoegaarden non sa di niente.
In Italia la prima microbirreria ad aprire è stata la
Centrale della Birra di Cremona, che devo - purtroppo - ancora testare.
E a
Genova?
In città non ci sono microbirrerie, ma a quindici minuti di macchina, a Busalla, si trova la
Fabbrica della Birra. Ottant'anni fa da qui usciva un quarto della produzione nazionale, ma adesso l'impianto, che ha riaperto da pochi anni, fornisce solo quelle poche centinaia di litri che servono a dissetare i propri avventori. E quelli del
mentelocale café, dove si può gustare l'Ambrata di Busalla.
La seconda microbirreria della regione è un po' più lontana, in provincia di Spezia. È il
Caravanserraglio di Pian di Follo.
Se non ti sei già ubriacato sognando litri di birra, leggi anche:
2001: Odissea nella birra (1)2001: Odissea nella birra (2)2001 Odissea nella birra (3)