Coworking a Genova: quando l'ufficio diventa low cost

Coworking a Genova: quando l'ufficio diventa low cost

Nuove professioni richiedono spazi di lavoro diversi. Anche in Italia si affittano stanze e scrivanie. Per freelance e micoimprese all'insegna della collaborazione. Le esperienze genovesi

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Genova - Domenica 6 gennaio 2013

Il mercato del lavoro, si sa, è sempre in divenire e oggi, complici anche le nuove tecnologie, esistono tantissime nuove professioni legate al web, ai social network, al marketing, alla comunicazione, alla grafica e chi più ne ha più ne metta. Spesso si tratta di lavori che si svolgono in autonomia e che non necessitano di postazioni fisse e non solo per il tipo di professione, ma anche per l’accessibilità economica. I freelance, infatti, non sempre hanno uno stipendio canonico mensile, ma un budget che può variare di periodo in periodo.

Ecco che per questi nuovi tipi di lavoro arriva il coworking.  Si tratta di un nuovo modo di concepire gli spazi lavorativi, in base alle esigenze richieste dalle professioni moderne. L’ufficio non è più uno spazio fisso, ma si possono affittare scrivanie attrezzate per un determinato periodo, così da andare incontro alla flessibilità lavorativa tout court.

Ma, oltre, agli spazi il coworking che in italiano si potrebbe tradurre con un collavorare (tra collaborare e lavorare insieme) può anche essere uno stimolo, perché nello stesso ufficio possono coabitare realtà diverse o affini e dall’incontro possono scaturire nuovi stimoli e sinergie.

In molte città degli Stati Uniti e del Nord Europa il coworking è una realtà, mentre in Italia attualmente gli esempi concreti sono pochi e si concentrano soprattutto al Nord, Milano in primis. Proprio nel capoluogo lombardo è nato Piano C, un coworking per donne, in cui alle esigenze lavorative si affiancano quelle familiari. Piano C, infatti, consente di lavorare alla propria scrivania e al tempo stesso, poter affidare i propri bambini a personale esperto nella stanza accanto, oltre a poter lasciare i panni da lavare e poter uscire con la cena già preparata da portare via.

Anche a Genova stanno nascendo varie realtà di coworking, ma, come ci raccontano i protagonisti, nella nostra città c’è ancora molto da fare.

Una delle prime esperienze nel settore è quella di Fabio Burlando, titolare di Acropoli Immobiliare (I.P), che dal 2009 affitta parte dei suoi uffici per il coworking. Fabio, che è interessatissmo al tema, ha anche aperto un laboratorio su Open Genova, la piattaforma collaborativa per migliorare la città, affinché si possa incentivare la nascita di uno spazio di coworking strutturato a Genova.

«All’inizio il mio interesse per il coworking è nato un po’ per caso. Mi ritrovavo con un ufficio molto grande, dotato di scrivanie attrezzate che non erano utilizzate. Così mi sono messo a guardare su internet e ho scoperto esisteva il sito Cowo project. Anche io mi sono messo in rete e ho iniziato a ricevere richieste. Se all’inizio c’è stato molto turnover di chi veniva per un giorno, chi per una settimana, chi per un mese, adesso sei delle sette postazioni disponibili sono affittate a una microimpresa, mentre l’altra è libera per chi vuole venire». Con l’azienda ospitata, che si occupa di videogiochi e comunicazione, inoltre è nata anche una sinergia: «Sono stati proprio loro ad occuparsi del rinnovo del sito della mia agenzia. Ma l’interazione non c’è stata solo con me, ma anche tra le micro-imprese e i freelance che sono passati e passano di qui. Il coworking è un vero stimolo, soprattutto per i giovani».

Un’altra esperienza tutta genovese è quella di Alice Moschin e di Civico 31 in salita Pollaiuoli, dove una parte di ufficio viene affittata con contratto di coworking. Alice si occupa di fotografia e comunicazione, ma nell’ufficio, grazie al coworking, sono nate nuove collaborazioni per grafica e web: «Quando abbiamo iniziato a proporre il servizio, è stato difficile trovare persone che volessero lavorare in coworking, mentre adesso continuano ad arrivare le richieste. Il coworking è un modo di lavorare innovativo, sia a livello economico, sia per l’interscambio che si crea tra le attività e le persone. C’è da dire, però, che a Genova non è facile. Il problema principale resta quello degli spazi, che sono insufficienti e troppo costosi per creare grosse realtà come Piano C a Milano».

Nonostante le difficoltà e la carenza di spazio, sembra che anche a Genova qualcosa si muova. Sarà il segno che stiamo diventando davvero una città più smart?

Chiara Pieri

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