La stanza della segnatura di Raffaello. La racconta il direttore dei Musei Vaticani

La scuola di Atene di Raffaello, uno degli affreschi dell'artista nella Stanza della segnatura

La scuola di Atene di Raffaello, uno degli affreschi dell'artista nella Stanza della segnatura

Dalla 'Scuola di Atene' alle allegorie delle stanze di Giulio II. Una sapienza laica dove c'è posto per musulmani, atei e cristiani. Ne scrive per mentelocale Antonio Paolucci. L'incontro al Ducale il 7 marzo

Genova / Cultura / Arte

Giovedì 7 marzo, alle ore 21, il Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale ospita Divina perfezione: La stanza della segnatura di Raffaello.

La lezione, tenuta dal direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci, fa parte del ciclo I capolavori raccontati. Storie, segreti e avventure delle più celebri opere d'arte italiane.
L'ingresso è gratuito

Per l'occasione, pubblichiamo il testo scritto per noi da Antonio Paolucci.

Genova - Lunedi 4 marzo 2013

La stanza affrescata da Raffaello si chiama della Segnatura perché, nel 1541, vi ebbe sede il tribunale ecclesiastico di quel nome. In realtà, nel progetto di Giulio II della Rovere che aveva stabilito di collocare qui il suo appartamento privato, doveva essere il luogo destinato alla biblioteca. Nella biblioteca di un papa come in quella di un intellettuale del Rinascimento, ci devono essere libri che parlano di Filosofia, di Teologia, di Estetica, di Diritto canonico e di Diritto civile e penale.
Gli affreschi di Raffaello obbediscono a questa partitura tematica, illustrano e celebrano la disciplina che i libri collocati nei mobili posti ai piedi dei grandi murali, custodiscono, testimoniano e commentano. I libri non ci sono più perchè è mutata nei secoli la funzione dell’ambiente ma gli affreschi si sono conservati, praticamente intatti, fino ai giorni nostri.

Esaminandoli ad uno ad uno vediamo emergere una teologia dell’Uomo straordinariamente moderna e affascinante. Cominciamo dalla cosiddetta Scuola di Atene. È la celebrazione della umana sapienza che ha il suo vertice nei protofilosofi Platone e Aristotele collocati al centro della figurazione e in posizione sopraelevata. Da loro, rappresentanti rispettivamente della filosofia idealista e della filosofia sperimentale, discendono le tendenze filosofiche e i saperi testimoniati dall’assemblea dei grandi spiriti riuniti a convegno.
C’è Socrate dal profilo silenico che argomenta con il suo allievo Alcibiade bello e vanitoso, c’è Epicuro che, coronato di pampini, sembra affidare la sua teoria sul piacere al libro che sta leggendo compiaciuto, c’è il cinico nichilista Diogene che si abbandona seminudo, solo e indifferente a tutto, sui gradini di una immaginaria accademia
In primo piano Pitagora tiene lezione di aritmetica e di teoria musicale a un ristretto gruppo di allievi fra i quali si distingue il musulmano Averroè in turbante, chino con tesa attenzione su quello che il mastro sta scrivendo. Euclide, il grande geometra sta illustrando un teorema. Alla sua destra ci sono gli scienziati del cielo e della terra: Zoroastro con il planetario, Tolomeo con il globo terraqueo.

A sovrastare la scena c’è la figura allegorica della Filosofia. I putti collocati ai lati del trono inalberano una iscrizione in latino che dice “causarum cognitio”. Perché a questo mira l’umana conoscenza: comprendere e dominare le ragioni delle cose.

La parete con la Scuola di Atene ci dice che dovere primario dell’uomo è il sapere. Conoscere e capire noi stessi e il mondo che ci circonda, non è una opzione facoltativa. È un obbligo etico. In questo senso la scienza è laica. Non ha, non può avere connotazioni confessionali. Anche l’ateo Epicuro, anche il musulmano Averroè, anche il cinico Diogene, hanno diritto di cittadinanza nella repubblica della filosofia e delle scienze. Dobbiamo sforzarci di studiare, di conoscere, di capire tutti i sapienti, nessuno escluso, senza pregiudizi, senza preclusioni.

Questo fa dire Giulio II a Raffaello nella Stanza della Segnatura e bisogna riconoscere che si tratta di un messaggio straordinario per libertà mentale, per lucidità e modernità di visione.

Di fronte alla Scuola di Atene, uguale per dignità e per dimensioni, c’è la cosiddetta Disputa del Sacramento dedicato al mistero inconcepibile ed ineffabile (nel senso che non c’è mente che possa contenerlo né lingua che possa esprimerlo) del Verbo Incarnato. La Teologia, la figura allegorica femminile che sovrasta la scena, recita, nella sentenza in latino: divinarum rerum notitia.

È importante tuttavia sottolineare l’importanza della distinzione epigrafica. Gli umani saperi sono cognitio (come sta scritto sopra la Scuola di Atene) perché essi sono praticabili alle umane facoltà. I supremi Veri della religione sono invece “notitia”. Dio li rivela, in certo senso ce li notifica. Sta all’uomo accettarli oppure rifiutarli, essendo la libertà (il libero arbitrio) suo supremo diritto e privilegio.

L’Uomo è chiamato alla conoscenza, è libero di accettare la Rivelazione essendo aperta per lui la via della eterna salvezza, ma non sarebbe tollerabile la vita su questa terra se non ci fosse la consolazione della Bellezza e la certezza della Legge. Le altre due pareti della Stanza della Segnatura illustrano i supremi Beni del Diritto e della Poesia.

Ius suum uniquique tribuit recita l’epigrafe che accompagna la figura allegorica della Giustizia nella parete che celebra la nascita dei grandi codici con Triboniano che consegna il Corpus iuris all’imperatore Giustiniano, con Gregorio IX (qui immaginato come Giulio II) che accetta dalle mani del giureconsulto Raimondo di Peñafort le Decretali, il codice di diritto canonico.

Le leggi danno a ciascuno quello che merita afferma la Giustizia che tiene la spada del castigo nella mano destra e la bilancia del giusto peso nella sinistra. Ma le leggi per essere buone devono essere ispirate dalle virtù. Dalle Virtù cardinali (Forza, Giustizia, Temperanza, Prudenza) che si chiamano così perché “cardini”, caratteri distintivi e identitari della natura umana; dalle Virtù Teologali (Fede, Speranza, Carità) che vengono da Dio e fanno la pienezza della sapienza, della misericordia e dunque della vera e buona Giustizia.

La parete affrescata con la raffigurazione del Parnaso è dedicata a Febo Apollo il dio della Poesia e della Bellezza. Intorno a lui ci sono le nove muse e i massimi poeti della storia; Omero, Dante, Virgilio. Altri poeti antichi e moderni (Saffo ed Orazio, Petrarca e Boccaccio fra gli altri) si offrono alla nostra ammirazione mentre salgono al sacro monte del Parnaso.

Da notare che la figura allegorica che sovrasta l’affresco e ne dà la chiave interpretativa, è coronata di alloro ed è alata. Si presenta a noi come un messaggero celeste, come un angelo del Signore. Il cartiglio in latino, numine afflatur, è esplicito. La bellezza diffusa dai versi e dalla musica è ispirata da Dio, è ombra di Dio sulla terra. Febo Apollo suona la lira perché lo tocca lo spirito dell’Altissimo. Questo vuol dire Raffaello nell’affresco con il Parnaso. Questo è anche il pensiero del suo committente Giulio II della Rovere e degli intellettuali della corte pontificia.

Antonio Paolucci

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