Taking care of baby: cosa non si farebbe per cavalcare una notizia

Taking care of baby: cosa non si farebbe per cavalcare una notizia

Anche il teatro è un ibrido che gioca ad incastrare i vari media l'uno nell'altro. Chi non è nello show, non esiste. Al Teatro della Tosse anche sabato 2 marzo 2013

Genova / Spettacoli / Teatro

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@ Teatro della Tosse
1-2 marzo 2013 - ore 20.30
Taking care of baby
di Dennis Kelly, traduzione Pieraldo Girotto, regia Fabrizio Arcuri, con Isabella Ragonese e Matteo Angius, Francesco Bonomo, Pieraldo Girotto, Francesca Mazza, Sandra Soncini, in video Vinicio Marchioni, Fiammetta Olivieri, Paolo Perinelli, materiali sonori Subsonica tratti da mentale/strumentale (inedito nel cassetto), luci Diego Labonia, video Lorenzo Letizia, scene Gianni Murru, assistenza alle scene Michela Bevilacqua, costumi Valeria Bernini, organizzazione Rosario Capasso, cura Valeria Orani

produzione Accademia degli Artefatti – Napoli Teatro Festival Italia in collaborazione con Teatro Stabile di Torino

L’autore
Dennis Kelly ha poco meno di 40 anni. Ha esordito nel 2003 sulla scena teatrale londinese con l'acclamatissimo Debris. Nel 2004, il suo Osama The Hero è stato rappresentato con successo all'Hampstead Theatre. After the End ha debuttato in prima mondiale al Traverse, Theatre di Londra il 5 agosto 2005, ottenendo poi grandi consensi al Festival di Edimburgo. Taking care of baby è sicuramente il testo che ha consacrato Kelly a drammaturgo di fama mondiale.

Genova - Sabato 2 marzo 2013

La regia è sul palco a vista, a sinistra. Salgono le luci. Si visualizzano dei sopratitoli: quanto vedremo - si dice - è tutto vero (sarà?). Gli interpreti si presentano tutti insieme, per un attimo fermi, in gruppo, davanti alla console della regia. Sul proscenio una telecamera su rotaia. In platea, tra il pubblico, una postazione con sedia microfoni e telecamera. Ci si siederà Isabella Ragonese per una performance live e in video. Fin dall'attacco Taking care of baby - al Teatro della Tosse ancora sabato 2 marzo 2013 - suggerisce che questo è un pezzo di teatro sì, ma in formato docu-fiction: un po' documentario, un po' storia di finzione con campioni di reality TV. Un formato ibrido che gioca ad incastrare i vari media l'uno nell'altro come a riproporre la pluralità del mondo dell'informazione in cui le nostre faccende si moltiplicano, trovano più o meno eco e, in una parola, si spettacolarizzano. E chi non è nello show, non esiste.

È questa la vera universale tragedia umana che va in scena per la regia di Fabrizio Arcuri, da un testo profondamente violento, frutto dell'indiscutibilmente brillante, sempre un po' sadica, vena iperrealistica di Dennis Kelly drammaturgo britannico poco più che 40enne ma già grandemente apprezzato - lo stesso di cui a Genova si è visto After the End e Orphans.

In un affastellamento di temi che trasudano dolore (la morte, il senso di colpa, l'infanticidio, il carcere) e su cui i media infieriscono, aprendo in maniera compulsiva e ripetuta ferite ancora sanguinolente, la trama si articola nei vissuti di una madre, Lyn Berrry (interpretata da Francesca Mazza) e della figlia Donna (Isabella Ragonese), il marito di quest'ultima Martin (Matteo Angius), uno psicologo (Pieraldo Girotto), un giornalista (sempre Matteo Angius) e un drammaturgo/regista, lo stesso Dennis Kelly (Francesco Bonomo) - anch'egli personaggio tra i personaggi.

Non c'è realtà, ma solo augmented reality (realtà aumentata), vissuto mediato da vari strumenti e tecnologie per un arricchimento della percezione sensoriale in una moltiplicazione dei livelli dell'esperienza e della percezione con tante interfacce contemporaneamente attive - video, live, voce, TV, internet, email o lettere, ecc. Distinguere reale e virtuale? No. Verità e finzione? Ma no, roba da matusa. Al massimo si può parlare di punto di vista, ma anche di quello in modo del tutto relativo. La verità è un antico arcano, archetipo di un mondo che i media hanno fatto fuori come degli schiacciasassi. Ognuno ha il suo brandello di verità e la difende a spada tratta, perché non è affatto quello che un tempo questo termine indicava. La verità? Semplice, è un misto puramente soggettivo di ragioni che giustificano tutto e il contrario di tutto. Ora ciò che conta è che si riesca a trasformare qualcosa in una notizia e, a quel punto, che si possa accedere a una visibilità che restituisca anche vivibilità.

Così vive Lynn, madre di Donna McAuliffe, e figura politica, tradita dal partito e aggredita da una serie di disgrazie familiari: morte del figlio tossicodipendente; morte di due nipoti neonati e conseguente condanna e periodo di reclusione della figlia Donna. Lynn che non molla e decide di creare una sua lista per la nuova corsa alle elezioni e alla fine calpestando tutto, ritrattando, contrattando, ma sola e 'a suo modo' coerente, vince. Così vive Donna (fino alla scena finale, sul palco solo in video), dopo la morte dei suoi due bebé, dopo la condanna, dopo aver scontato parte della pena in carcere, dopo essere ricorsa in appello ed essere stata dichiarata innocente di fronte all'inconsistenza delle prove e a una sindrome fasulla - nel testo la sindrome Leeman-Keatley - per cui un medico assurge prima a rivelatore di un male universale e riveste un ruolo centrale in tribunale e nell'opinione pubblica e, poi, viene radiato dal suo ordine professionale per scarso approfondimento della sua ricerca. Nel mezzo donne, padri, famiglie, amici, bambini: un'intera società. Ma quale Medea? Io direi che qui stiamo parlando di ingiustizia, punto.

Innegabilmente al centro della trama c'è proprio questo doppio, triplo o esponenziale dramma dell'infanticidio e quindi della madre, della nonna, del padre, del giornalista, del dottore, del regista. Ma un altro livello narrativo è in atto. Il primo ruota intorno ad una situazione che è stata drammaticamente ricorrente nelle cronache britanniche nel corso del 2000, secondo cui una madre dopo la morte di due figli in sequenza, entrambi a pochi settimane/mesi dalla nascita, si vede arrivare la polizia a casa e, impossibilitata a vivere il lutto, viene accusata di aver ucciso i suoi figli, processata e condannata all'ergastolo. Tutto seguendo le indicazioni, espresse su discutibili basi statistiche dal medico-pediatra Professor Sir Roy Meadow. Questo plot corrisponde a una serie di casi giudiziari britannici molto controversi tra cui quello di Donna Anthony, Sally Clark e Angela Cannings, che hanno scosso l'Inghilterra e visto madri incarcerate come uniche responsabili per la sindrome della morte improvvisa in culla (Sudden Infant Dead Syndrome). Kelly rielabora alcune di questa storie, in particolare quella di Donna Anthony e ne fa un materiale che in scena è in fase di raccolta per la preparazione appunto di una qualche forma di docu-fiction. Quindi la realtà diventa finzione per poi essere ritrasformata in qualcosa che è proposto come documentaristico e quindi tendenzialmente rispondente alla realtà.
L'altro livello narrativo è appunto questo tentativo da parte di un regista di costruire una qualche forma di spettacolo da questa vicenda, salvo poi vedersi insultare in forma epistolare dal padre dei due neonati scomparsi - anche lui inequivocabilmente vittima del meccanismo e, seppur recalcitrante e solo all'ultimo, incluso nel cast e intervistato con tanto di telecamera e microfono. Che cos'è dunque il lavoro di Kelly? Uno svelamento? Una riflessione metateatrale? Una invenzione che nata dalla realtà si trasforma e diventa 'letteratura' e, poi, recuperando il formato del documento, si ripropone come collage da una storia vera?

Tutto vero? Tutto falso? Tutto meschinamente utilizzato per un secondo fine. Ognuno ne ha uno tutto suo. Nessuno nobile. Tutti sono legati a una qualche necessità di sopravvivenza, di volontà di riscatto, di tentativo di rialzarsi. Una volgarizzazione della materia umana tremenda, che affonda davvero in remote parti profondamente sensibili e per cui Kelly sembra avere una predilezione innata - a giudicare dagli altri suoi testi - e su cui la compagnia dell'Accademia degli Artefatti non ha alcun problema a lavorare, anzi si destreggia con decisa abilità, restituendo la complessa drammaturgia in tutta la sua portata.

Sul palco non si può che applaudire e riconoscere il talento di Francesca Mazza che, indipendentemente dal personaggio che le viene dato, vi si dedica completamente fondendosi e nascondendosi in esso al punto da non riemergere mai se non alla fine, per gli applausi. Posta continuamente in posizione predominante Isabella Ragonese, pur costruendo un palpabile disagio in cui il suo personaggio si deve articolare, sembra non raggiungere mai appieno quella profondità di dolore, di totale smarrimento, assenza, alienazione che un vissuto come quello di Donna, implicano. Credibili gli altri personaggi, di tanto in tanto un po' troppo inclini a trasformarsi in figure macchiettistiche, chissà forse persino volutamente. E così c'è il dottore ambizioso, eccentrico e, forse, un po' matto; il giornalista sesso-dipendente; il regista/drammaturgo come voce misteriosa, dal volto coperto, come fumettistico anti-eroe contemporaneo armato solo di carta penna e tecnolgie.

Uno spettacolo duro, dove è la struttura e l'uso della telecamera e delle immagini a video, più che quelli puri del teatro che scavando, scavando, scavando logora le nostre corde della sofferenza.

Laura Santini

Isabella Ragonese

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