Tony Conrad a Genova con la mostra 'Farsi la città': l'intervista

Tony Conrad insieme alla curatrice del museo di Villa Croce, Ilaria Bonacossa

Tony Conrad insieme alla curatrice del museo di Villa Croce, Ilaria Bonacossa © Luca Giarola / mentelocale.it

A Villa Croce, la prima personale in Italia dell'icona underground americana. Dal 9 marzo al 28 aprile. Le esperienze con Andy Warhol, John Cale e i Velvet Underground. La sperimentazione con le nuove tecnologie e la 'resistenza' ai social network

Genova / Cultura / Arte

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Farsi la città. Interventi, comunità e partecipazione
8 mar 2013 - 28 apr 2013
Orario: da martedì a venerdì: 9-18.30; sabato e domenica: 10-18.30
Chiuso il lunedì
Inaugurazione: 8 marzo, ore 18

TONY CONRAD

Nato a Concord (New Hampshire) nel 1940, arriva a New York all’inizio degli anni Sessanta, dove partecipa alle esperienze più radicali della musica e del cinema indipendenti. In quegli anni è membro attivo, insieme a La Monte Young, John Cale, Angus MacLise, Maria Zazeela e altri, del Theatre of Eternal Music, gruppo che ha sviluppato le ricerche musicali di John Cage e Fluxus in senso minimalista, producendo sonorità estese e ipnotiche.
Le loro sperimentazioni, etichettate come dream music, si sviluppano grazie all’eliminazione della figura del compositore attraverso l’improvvisazione.

L'inaugurazione della mostra Farsi la città. Interventi, comunità e partecipazione di Tony Conrad è in programma venerdì 8 marzo alle ore 18.00. Sarà visitabile fino a domenica 28 aprile (da martedì a venerdì, ore 9.00-18.30; sabato e domenica, ore 10.00-18.30; lunedì chiuso).

Genova - Giovedi 7 marzo 2013

Mai avrei immaginato di iniziare la mia conversazione con Tony Conrad parlando di gelati. Siamo a Villa Croce, dove dal 9 marzo al 28 aprile 2013 è allestita la mostra Farsi la città. Interventi, comunità e partecipazione. Fuori piove e Conrad, 73 anni, icona della scena underground americana, sta sistemando gli ultimi dettagli.

Quella genovese è la sua prima personale in Italia. «In realtà in Italia sono venuto molte volte come musicista» precisa, «e nel 2009 avevo già esposto alcuni miei lavori alla Biennale di Venezia. Il ricordo più immediato di quei giorni? I gelati, squisiti». E allora finisce che per qualche istante sono io a raccontare e lui a prendere appunti: gli consiglio un paio di buone gelaterie genovesi, faccio lo spelling, e lui scrive su un foglio volante.

Poi i ruoli tornano quelli originari. Dagli anni Sessanta, Conrad è considerato un pioniere nel campo della videoarte, sperimentatore dei linguaggi del cinema, musicista e compositore, scrittore. Gli domando in quale di queste vesti si sente più a suo agio. «Non voglio avere necessariamente un ruolo, non mi considero un professionista in nessuna di queste arti. Quello che mi piace fare è esplorarne i limiti, i confini. Oggi, poi, gli intrecci e le sovrapposizioni tra le varie arti sono molto forti e i settori non sono più così separabili come un tempo: è difficile riconoscere dove finisce la musica e inizia il teatro, dove finisce la letteratura e inizia l'arte».

Cresciuto a New York nell'epoca della pop art e del minimalismo, Conrad ha frequentato le Factory di Andy Warhol, spazi collettivi dedicati alla creatività dei giovani artisti: «sì, ma non nel modo in cui si frequenta una scuola», specifica: «andavo ogni tanto a curiosare. Di quel periodo ricordo un sacco di droghe e carta stagnola. E ricordo anche Gerard Malanga che realizzava le foto di Andy Wahrol, e Andy che le firmava. E poi l'Exploding Plastic Inevitable, spettacolo psichedelico con la musica dei Velvet Underground che suonavano dal vivo insieme a Nico di fronte a gente che ballava e si frustava in maniera sfrenata».

Già, i Velvet Underground: il nome di Tony Conrad è indissolubilmente legato alla band di culto newyorkese. Leggenda narra che fu proprio lui a trovare per strada un libro di Michael Leigh dal titolo, appunto, Velvet Underground: Lou Reed e soci decisero poi che quello sarebbe stato il nome giusto per il loro gruppo.
Ricorda la prima volta che incontrò Lou Reed? «Certo, era il periodo in cui io e John Cale ci divertivamo a fare le rockstar. Un giorno ci capitò la possibilità di fare uno spettacolo e il nostro produttore ci fece conoscere un nuovo cantante. Si presentò come Lou. Dopo lo show eravamo molto soddisfatti l'uno dell'altro». Recentemente, invece, vi siete più incontrati? «Non ricordo l'ultima volta che l'ho visto, è stato molto tempo fa. Sono più in contatto con John Cale, il mese scorso abbiamo anche fatto una performance insieme a New York». Quando gli chiedo di descrivere John Cale in una parola, ridacchia sorpreso: «John? In una parola sola? Assolutamente no». Poi ci pensa un attimo e spara un aggettivo: «sano». E spiega: «i Velvet Underground hanno avuto una carriera costruita sull'eroina. Lui invece è incredibilmente sano: fa esercizi e si prende cura del proprio corpo».

Parla lentamente, Tony Conrad. Sembra che prima di pronunciare ogni singola parola ci pensi su per decidere se sia quella giusta da dire. Fuori intanto continua a piovere, Conrad si distrae sentendo un cane abbaiare sotto la finestra, nel parco di Villa Croce. Ci alziamo e lentamente mi conduce nelle sale che ospiteranno la mostra: è preoccupato soprattutto per il suono delle casse, con la sua larga camicia a quadrettoni rossi vaga per le sale dell'edificio ottocentesco e si avvicina agli altoparlanti per cercare la perfezione del suono. «Queste casse impediscono che il suono vada dappertutto» mi spiega, «e spesso creano qualche problemino, a maggior ragione in un palazzo come questo con pareti alte e con tanto marmo».

Farsi la città comprende alcuni vecchi lavori di Conrad che indagano sulla dimensione urbana, sulle dinamiche e sulle interazioni tra la gente negli spazi pubblici. Lui stesso me ne illustra alcuni: «in questa mostra ci sono alcuni filmati realizzati nel 1972 a Times Square che non erano mai stati completati fino all'anno scorso e che sono stati proiettati in pubblico una sola volta, qualche mese fa a New York. Si intitolano Waterworks e credo che sia importante il modo in cui possono essere visti oggi. All'epoca abitavo a pochi passi da Times Square e avevo deciso di fare questo lavoro in relazione al luogo in cui vivevo. Mi interessava il rapporto tra la gente e lo spazio: quello era il centro del mondo, ogni giorno ci passavano milioni di persone che lavoravano, che facevano shopping, che visitavano New York. Ma in realtà non ci abitava nessuno, e io cercavo di vedere una community dove una community non c'era. Rivedendo questi filmati oggi, c'è però anche un'altra lettura possibile: quel luogo è cambiato totalmente, l'edificio in cui vivevo non c'è più, in questi filmati si vede qualcosa che non esiste più. Mi affascinano le strane relazioni tra i tempi».

Altro lavoro, più recente, è Studio of the Streets, che risale ai primi anni Novanta. «Io e alcuni amici ci siamo messi di fronte al municipio di Buffalo (dove Conrad vive da oltre vent'anni e dove insegna Media Studies all'Università, ndr) e abbiamo parlato con chiunque passasse di lì, chiunque avesse voglia di parlare alla macchina da presa. Nel mondo di oggi, dove tutti guardano gli stessi film e gli stessi programmi televisivi, non abbiamo più le nostre idee e non conosciamo le persone che ci circondano: io credo che se la gente parla della propria community, allora fa community; se non ne parla invece non fa community».
Quante persone avete intervistato? «In tre anni, forse un migliaio: da quelle che erano appena uscite di prigione a quelle che si erano appena sposate. In pochi sono impazziti mettendosi ad attaccare verbalmente qualcun altro o dire cose illegali». Una persona o una frase che le è rimasta impressa? «Un giovane ragazzo di colore che stava per partire per la guerra in Iraq. We're gonna kick Saddam's ass (andiamo a spaccare il culo a Saddam), disse, convinto che quella fosse la cosa giusta da fare».

Torniamo a sederci, Conrad si accomoda di fronte al suo computer portatile. Sopra la tastiera, in alto a destra, c'è la scritta Tony. Il progetto Studio of the Streets viene considerato precursore dei social network, chissà se lui - da sempre sperimentatore delle nuove tecnologie - li usa: «no, sono resistente perché non so dove vadano a finire i dati che comunichiamo alle compagnie, la gente crede che siano protetti ma non lo sono affatto. E io non voglio dare a nessuno informazioni che mi riguardano, sono fatti miei». Poi aggiunge: «ho un account Facebook ma non lo uso. Ultimamente ho visto che avevo 947 richieste d'amicizia, ma non ne ho accettata neppure una, probabilmente non conosco neppure una di quelle persone».

Prima della fine della nostra chiacchierata, Conrad mi racconta che Genova non l'ha ancora visitata bene. Ma dimostra una buona conoscenza della città: «la sua struttura tridimensionale mi incuriosisce molto» dice, «la verticalità dei palazzi, le montagne così vicine al mare, le case in cui da un lato si è al piano terra e dall'altro al secondo piano sono aspetti molto interessanti. E poi è una città piena di storia, insieme a Firenze, Genova è stata una città cruciale per il capitalismo: a Firenze fu introdotto in Europa il sistema numerico decimale arabo (nel trattato di matematica Liber abaci del pisano Leonardo Fibonacci, ndr), a Genova ha avuto origine il sistema bancario moderno che ha cambiato il volto dell'economia europea».

Chissà se davvero andrà a testare le gelaterie che gli ho indicato. Il foglio con gli appunti è ancora lì sulla scrivania.

Luca Giarola

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