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Fabrizio De Andrè: il ricordo a 15 anni dalla sua morte - Mentelocale.it

Fabrizio De Andrè: il ricordo a 15 anni dalla sua morte

Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andrè

Sabato 11 gennaio ricorre l'anniversario della scomparsa di Faber. Quello che ci ha lasciato è un'eredità immensa. Tra pensieri e parole, la poesia della vita

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Genova - Giovedi 9 gennaio 2014

Sono passati quindici anni esatti da quell'undici gennaio del 1999, quando Genova e l'Italia intera hanno salutato uno dei più grandi (se non il più grande) cantautore e poeta del '900 italiano, Fabrizio De Andrè.

Faber - è stato Paolo Villaggio, suo amico fin dall'infanzia, a dargli questo soprannome per la predilezione che dimostrava verso i pastelli della Faber-Castel - è morto all'età di 58 anni per un carcinoma polmonare. Giudicato da molti come una delle personalità più influenti del panorama culturale italiano del secondo dopoguerra, De Andrè, ha segnato con i suoi testi carichi di umanità e poesia l'immaginario di più generazioni.

Autore di canzoni che ruotavano intorno a temi come la prostituzione, l'emarginazione e la lotta sociale, in un periodo storico - gli anni 60 - dove il perbenismo borghese era dilagante, e dove la vita di molti era costellata da troppi tabù, De Andrè ebbe l'intuito di capire e di promuovere le richieste più umane e libertarie del movimento del '68, di cui fu per alcuni aspetti portavoce, per altri osservatore critico, e in alcuni casi bersaglio, senza mai cadere nel qualunquismo di facciata o nella canzone politica alla moda.

De Andrè è stato uno degli artisti più controversi di sempre, un personaggio scomodo, sempre fedele ai suoi ideali libertari e mai disposto a scendere a compromessi.
La sua eredità artistica è immensa: tredici album tra cui Tutti Morimmo a Stento, La Buona Novella (probabilmente il suo capolavoro), Storia di un impiegato (il suo album più discusso), Rimini, Creuza de Ma, con cui ha fatto conoscere Genova e il suo dialetto a tutta l'Italia, fin ad arrivare all'ultimo album, Anime salve, del 1996.

La qualità di Faber è stata, ed è ancora, la capacità di farci pensare emozionandoci, non quella di darci una verità o di indicarci una strada da seguire. De Andrè non ha mai desiderato essere un profeta, uno con la verità in tasca, perché secondo la sua filosofia non esistevano il bianco o il nero ma piuttosto delle sfumature, delle condizioni, delle situazioni in cui l'essere umano si muove e dentro alle quali può sbagliare a causa della sua fragilità, senza per questo dover essere giudicato sommariamente secondo il benpensare comune.

Una filosofia che viene riassunta in una delle sue canzoni più celebri, Nella mia ora di libertà, nella quale Faber ci racconta che «C'hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame».

Fabrizio De Andrè ha quindi provato a darci - senza salire in cattedra - una lezione che dovremmo provare a non dimenticare, come spesso ci capita di non dimenticare lui: quella di essere più umani. Grazie Faber.

Andrea Carozzi

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