Beppe Fiorello canta Modugno: la recensione di Penso che un giorno così…

Beppe Fiorello

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Lo spettacolo fa tappa al Politeama Genovese. Tra musica e nostalgia, il racconto di uno spaccato romantico di Italia. Venerdì 10 gennaio l'ultima replica

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Genova - Venerdi 10 gennaio 2014

Forse è la nostalgia, che in un momento nel quale tutto sembra parlare di crisi offre un riparo sicuro in un passato che, epurato dai fardelli, appare migliore, o il semplice fatto che la madeleine di canzoni che facciamo nostre assieme al latte materno sono un’ottima occasione per perdersi tra note e ricordi. Fatto sta che lo spettacolo Penso che un giorno così… che Beppe Fiorello sta portando in giro per il paese funziona.
Ieri sera, giovedì 9 gennaio, ha fatto tappa al Politeama Genovese. Stasera, venerdì 10, ultima replica (biglietti su happyticket).

Lo spettacolo è figlio, evoluzione, conseguenza del successo ottenuto da Fiorello in tv con lo sceneggiato dedicato alla vita di Domenico Modugno. Il regista Gianpiero Solari opta per una scenografia mobile da fare viaggiare assieme ai ricordi e che usa – da consumato autore televisivo – come fosse uno schermo cinematografico.
Un’operazione commerciale? Probabile. Il successo dello sceneggiato era un credito che sarebbe stato un peccato non spendere. Lo spettacolo teatrale però non riproduce quanto offerto in tv, troppo il rischio di diventarne parodia, lo arrangia in qualcosa di nuovo e che risulta piacevole: diventa unplugged grazie alle chitarre di Daniele Bonaviri e Fabrizio Palma.

Lo spettacolo non racconta la vita e le opere del cantautore pugliese, ma ne utilizza l’arte come un mezzo che viaggia nello spazio e nel tempo come il Tardis del Dottor Who. Secondo una visione romantica della storia del nostro paese, proprio nella notte nella quale Johnny Dorelli e Domenico Modugno vinsero Sanremo e l’Italia si liberò delle macerie della Seconda Guerra Mondiale per affermarsi come potenza economica, Volare diventa così il simbolo di un paese che ha smesso di commiserarsi e si riappropria del proprio destino. Secondo alcuni è addirittura un inno più rappresentativo di quello di Novaro e Mameli.

Lo spettacolo è anche e soprattutto la storia di un ragazzo timido ma appassionato, adesso sul palco, cresciuto al sole della Sicilia.
Modugno e le sue canzoni sono il legame di Beppe Fiorello con la terra che l’ha cresciuto e soprattutto con suo padre: figlio dell’Italia che ricominciava; vivo, appassionato, innamorato di quelle canzoni al punto che la stessa interpretazione che Fiorello ne ha fatto, è un monumento alla memoria di suo padre, lo spettacolo un modo per elaborarne una volta di più il lutto. La commozione con il tempo è diventata gratitudine.
Tra le due visioni c’è poi la storia di ciascuno di noi che in quelle canzoni si ritrova, perché non c’è stato bivacco, gita o festa del fuoco nel quale quelle canzoni non siano state imparate, cantate, condivise.

Le due ore di spettacolo, in scena a Genova proprio nel giorno del compleanno di Modugno, volano tra storia e ricordi; ascolto le canzoni che diventano aneddoti e scopro di conoscerne molte più di quante credessi. Le decine di estati pugliesi sono evidentemente servite.
Nel finale respiro con tutta l’intensità possibile Vecchio Frac, la canzone che Modugno scrisse in memoria di Raimondo Lanza di Travia e che resta, una volta di più, una delle più belle canzoni italiane di sempre.

Francesco Cascione

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