Don Gallo e il Vangelo secondo De Andrè: il libro postumo

Don Gallo e De Andrè nelle immagini sulla copertina del libro Sopra Ogni Cosa

Don Gallo e De Andrè nelle immagini sulla copertina del libro Sopra Ogni Cosa

Sopra ogni cosa è il volume a cui il prete di strada ha lavorato fino all'ultimo. In viaggio tra gli ultimi con 12 canzoni di Faber. Pubblichiamo un estratto

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Genova - Mercoledi 15 gennaio 2014

Venerdì 17 gennaio, alle ore 18, presentazione del libro di Don Gallo Sopra ogni cosa. Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta (Piemme, 2014, 200 pp, 15 Eu) alla Feltrinelli di Genova (via Ceccardi).
Partecipano Vauro, autore delle illustrazioni, Liliana Zaccarelli e i ragazzi della Comunità di San Benedetto al Porto. Presenta Laura Guglielmi, direttora di mentelocale.it. La cantautrice Giua accompagna la presentazione con un omaggio a Fabrizio De Andrè.

Di seguito pubblichiamo due brani del libro.

La rabbia del giovane Fabrizio

Negli anni Sessanta ero viceparroco alla Madonna del Carmine, a ridosso di via del Campo e a cinquanta metri dal Liceo Colombo, il secondo della città. Era scritto che i nostri destini dovessero incrociarsi. In quel periodo, mio cugino Giacomino Piana, anch’egli prete, insegnava religione. Fabrizio era suo allievo, in terza liceo. Un giorno mio cugino mi fece leggere uno scritto furente proprio di Fabrizio De André, allora diciassettenne. La settimana prima, uno studente si era suicidato e la parrocchia, ahimè, aveva rifiutato i funerali religiosi. Il fatto scatenò l’esigenza di verità del giovane che prese carta e penna dando forma ai suoi dubbi, alle sue perplessità.

Perché la chiesa, annunciatrice del vangelo, madre dell’umanità, rifiutava i funerali? Non avrebbe dovuto essere, lei per prima, maestra dell’accoglienza e dell’abbraccio misericordioso a ogni essere vivente? Lessi quella lettera di protesta e non potei che stare da quella parte. perché quella parte mi diceva in modo assai severo che colui che si suicida scommette su di sé un costo troppo alto per poter essere giudicato da chi resta. Il suo dolore è talmente grande che semmai va compreso, non certo condannato. Chi siamo noi per giudicare le motivazioni intime e nascoste che stanno dietro un atto così brutale e personale come il suicidio? E perché la chiesa si prende, a volte, il diritto di esercitare una potestà giudicante sulle vicende nascoste e segrete dell’animo umano?

Nel dicembre del 2006, ricordo con tristezza quando il cardinale Camillo Ruini, allora vicario di Roma, presa la sofferta decisione personale di non autorizzare i funerali religiosi per Piergiorgio Welby. Mi chiedo, oggi, se si sia mai pentito. Se si sia accorto di quante forzature ideologiche, non solo ai fedeli di matrice cattolica, abbia procurato con una decisione molto discutibile sul piano umano e teologico, perché lontana dalla misericordia annunciata nel Vangelo.
Il suicidio come ultima arma dei sofferenti d’animo.

Accadde allo stesso Tenco: non ce la fece a reggere il peso del suo sogno stroncato. Fu durante un Festival di Sanremo, tristemente macchiato dal sangue. Nel 1963, qualche anno prima, anche Gino Paoli aveva tentato il suicidio che, per fortuna, non ebbe esiti letali.
L’incessante ricerca di quei ragazzi per il bene comune (allora si diceva lotta politica) nascondeva una spiritualità viva, diversa, forse ansiosa, ma liberante. Che nulla ha da spartire con la religiosità, ma che attraverso la creazione di un testo o di una musica riusciva a tramutarsi in un impegno etico forse potenzialmente superiore alla religione stessa.

Sono i cammini personali che m’interessano come pastore d’anime. E se i preti ancora non hanno capito questa lezione così disarmante e semplice, è meglio che cambino subito mestiere. Gesù è venuto sulla Terra per salvare l’uomo, non per giudicarlo e metterlo in castigo. E, credo, anche per cantare una canzone di De André.

Il vangelo di Faber

I lontani, gli esclusi. i reietti del pianeta. L’immaginario di De André era questo. E come potevo io, prete di strada, non esserne coinvolto? Ricordo quel che Fabrizio disse una volta in un’intervista: «ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane».

Le due direzioni che docilmente proponeva Fabrizio sono per me, da sempre, le vie del Vangelo. Il libro sacro dei dimenticati. La sua chitarra rappresenta, ancora oggi, la cetra di Davide e il flauto dei Salmi. Una dolce armonia che scuote e rende svegli, nel generale dormiveglia della cultura e della politica italiana.
Anzi, non credo di essere irriverente se dico ad alta voce che, insieme ai vangeli canonici, il mio quinto vangelo è quello laico di De André. Il quale amava ripetermi ogni volta che mi incontrava: «caro Andrea, ti sono amico perché sei l’unico prete che non mi vuol mandare in paradiso per forza».

Con Faber ho accolto a braccia aperte la mia Genova. Quella dei carruggi, di via del Campo, del porto vecchio. Quella bellissima di Crêuza de mä. Crêuza o crosa, termine che in genovese indica una stradina collinare in salita delimitata da mura, spesso di due confinanti, e che porta in piccoli borghi, sia marinareschi che dell’immediato entroterra, in realtà è diventata davvero la mulattiera di mare dove il vento ha adagiato il mio sale di uomo e prete. L’antico genovese, la lingua della Repubblica di Genova con la quale è stata costruita l’intelaiatura letterale di uno dei più grandi dischi di musica mediterranea degli anni Ottanta, non solo è il condensato della mia vita di genovese convinto, ma è anche un esperanto dove le marginalità e le diversità si scambiano idiomi e tradizioni nella convinzione che nulla dell’altro è da buttar via.

Crêuza de mä, con le sue combinazioni fonetiche di parole provenienti dall’arabo, dal greco, dallo spagnolo, dal francese, è la prova vivente che l’alterità è un valore aggiunto.
Genova, capitale del mare e dei migranti, dei viandanti e dei marinai.
Genova, capitale della frittura di pesciolini bianchi di Portofino e di pasticcio in agrodolce di lepre di tegole, dove le ragazze odorano di buono e puoi guardarle senza preservativo.
Genova capitale di un Mediterraneo che attraverso la primavera araba sembra aver trovato la chiave di volta per immaginare di nuovo il suo futuro, tra cooperazione, nuove libertà politiche e religiose, e un’economia che all’altalena della borsa preferisce il pane fatto in casa e le litanie laiche e civili dell’amore e della democrazia.

Crêuza de mä mi fece di nuovo innamorare della mia città come poche volte. Provengo dal mare, lo conosco e mi ci adatto a ogni stagione della mia vita, ma questo bel Mediterraneo mi sbuffa in faccia le sue onde cariche di storie di uomini veri ogni giorno di buon maestrale. Pescatori e marinai, viaggiatori di mille leghe sotto i mari, immigrati e clandestini. Credo a un’Europa fatta da colori e tradizioni diverse. Credo in un’Europa plurale! Lo dissi anche a Umberto Bossi due anni fa, ex leader della Lega Nord, quando, per risolvere i problemi legati all’ondata di migrazioni che stavano interessando in quei giorni l’Europa a seguito dei disordini in Libia, Egitto e Tunisia, propose di mandare i profughi in nord Europa. Magari a calci nel sedere.
È tutto inutile, caro Bossi. nessuno può fermare i migranti. Essi peregrinano per le terre del sole e del mare perché hanno fame. È come un fenomeno sismico, non possiamo fermarli. L’accoglienza da parte dell’Europa è un dovere, in particolare per l’Italia, che per la sua posizione è come un ponte sul Mediterraneo, un mare chiuso eppure, da sempre, aperto a tutti i viaggiatori e a tutte le culture.

Lo dico senza peli sulla lingua a tutti i razzisti di ogni mondo e ogni latitudine: andate a riascoltare Crêuza de mä. Una canzone che parla in ogni nota dell’eterno viaggio che accomuna tutta l’umanità. E oggi, che siamo più abituati a sentire lingue diverse nelle nostre città multiculturali, provate a capire, senza l’aiuto di nessun dizionario antico, cosa canta De André in un dialetto, meglio, in una lingua, che sul momento appare incomprensibile, ma che poi vi farà sentire a casa. non vi sentite a casa vostra ascoltando Crêuza de mä?

C’è la vita di tutti i giorni. Ci sono le carezze, i baci, persino i tradimenti. Insieme all’esaltazione del luogo principe dell’animus mediterraneo: la cucina. Con i suoi intingoli, le ricette, gli odori e sapori, le mani impastate con la farina e l’olio dei migliori ulivi a picco sul mare. Non ha forse detto il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, che fare da mangiare è come dire all’ospite atteso, semplicemente «ti amo, ti voglio bene»? Anche la Comunità di San Benedetto ha nella cucina il suo centro d’elezione. Lì facciamo festa, lì, in cucina, la domenica prepariamo il pranzo per chi vuole mangiare con noi. Non chiediamo le generalità degli ospiti. Sono tutti attesi e benvenuti. Qualche volta non ne conosciamo
nemmeno i volti. Qualcuno mi ha visto per strada, in giro per i corridoi stretti della vita che non fa sconti, e torna al desco con noi.
Si può essere fratelli con poche cose a disposizione e con l’ottimismo della speranza.

Approfondisci

Sopra ogni cosa. Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta (Piemme, 2014, 200 pp, 15 Eu) di Don Andrea Gallo, illustrato da Vauro

Questo è il libro a cui don Andrea Gallo ha lavorato fino all’ultimo giorno, nato sulle ali dell’amicizia angelicamente anarchica intrattenuta per anni con Fabrizio De André.

Ancora giovane liceale, Faber folgorò il prete di strada con un suo componimento scolastico dal quale già traspariva l’insofferenza nei confronti del potere e l’intolleranza per le istituzioni ingiuste. Aveva solo diciassette anni, ma le sue parole erano già colme di forza e compassione. Il rapporto crebbe passeggiando per le vie del ghetto di Genova, calpestando il selciato di quella Via del Campo che avrebbe ispirato molti dei capolavori del grande cantautore: Prinçesa, Crêuza de mä, Bocca di Rosa

Per comporre il suo vangelo laico – contrappuntato dalle pungenti vignette di Vauro – don Gallo ha scelto dodici delle canzoni più amate di Faber per rilanciare quei valori che sono stati per lui ancor più imprescindibili e non negoziabili di quelli religiosi: «Perché il tessuto della laicità si fonda su princìpi condivisi che devono diventare patrimonio di tutti». In questa Buona Novella, sacra e profana, soffi a quel vento libertario che ha percorso negli anni le parole appassionate di un grande profeta e i versi del più grande cantautore italiano del Novecento.

GLI AUTORI

Don Andrea Gallo
Genovese (1928-2013), sacerdote dal 1959, ha fondato e guidato per oltre quarant’anni la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, che accoglie persone in difficoltà, soprattutto dei vicoli e bassifondi di Genova, offrendo un sostegno materiale e psicologico. Oltre ad altri libri di grande successo come Angelicamente anarchico (Mondadori, 2005), Così in terra come in cielo (Mondadori, 2010), nel 2012 ha pubblicato con Piemme Come un cane in chiesa e nel 2013 Vivo e vegeto.

Vauro
È nato a Pistoia nel 1955. Disegnatore e autore satirico, giornalista, scrittore, collabora stabilmente con Il Fatto Quotidiano e con la trasmissione televisiva Servizio Pubblico.
Con Piemme ha pubblicato con successo Kualid che non riusciva a sognare (Premio Città di Cuneo), Il mago del vento, La scatola dei calzini perduti (Premio selezione Bancarella 2010), Farabutto, Sciacalli, Il respiro del cane e Storia di una professoressa.

Don Andrea Gallo

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