Per tutta la mattina, ho teso le orecchie ai rumori provenienti dalla strada, con gli occhi sui libri e il cicaleccio della tele in soggiorno: Primocanale ripeteva con costanza i percorsi dei cortei. Ho guardato tre tiggì, comprato il Secolo. Ammetto la tensione.
Esco di casa indossando le Nike da combattimento, quelle che porto ai concerti, leggere e comode, per correre. Nell'eventualità.
In P.zza Alimonda, alle quattro del pomeriggio, c'è tantissima gente. Mi tranquillizzo vedendo i bambini. Ce n'è uno, piccolissimo, che gioca con la mamma, sporgendosi dal passeggino. "Se qualcuno si azzarda a fare qualcosa di cattivo, oggi, con tanti innocenti di mezzo, vuol dire che si tratta di veri animali", penso; svolto l'angolo e mi ritrovo sotto l'arco dei palloncini teso tra un'aiuola e la facciata della chiesa. Difficile muoversi tra la gente, i cani e i distributori di opuscoli. Mi imbatto casualmente nel gruppo che veglia i kefiah che indicano il punto in cui Giuliani è caduto. Ci sono i suoi genitori. Da dietro spingono e mi sposto in via Montevideo, mi siedo davanti alla fumetteria ad aspettare un'amica.
Un anno prima, a quella stessa ora, lì infuriava il delirio dell'uomo, stridore di denti, vertigine e polvere. Ora, scintillano nell'aria i campanelli di alcune biciclette in arrivo. Rifletto.
Alle 17:24, inizia l'applauso dedicato a Carlo che durerà quasi un quarto d'ora. Uno scrosciare a momenti cadenzato, in altri aritmico, ma costante. I palloncini si levano in aria alle 17:27, arrivano lontani, si bloccano nell'azzurro perfetto del cielo, sembrano confetti colorati, danzano. Davanti a me, un ragazzo si fa ritrarre in una foto col volto coperto, la maglietta nera e il braccio sinistro teso. Roba del tipo: souvenir, sono stato in Piazza Alimonda e ho reso omaggio. Clic.
Mi avvio verso Brignole, dove è previsto l'incontro con il corteo più consistente. La città è nostra, non ci sono auto in giro. Taglio in Corso Torino e mi ritrovo di fianco agli ottoni di una banda musicale: il flauto traverso mi immerge in un'atmosfera risorgimentale, tipo racconto mensile del libro Cuore. Ma non sono ancora tranquilla: con i miei compagni, decidiamo sottovoce dove dirigerci e dove ritrovarci se, in via XX, chiusi tra i palazzi, dovesse succedere qualcosa. Ma nulla accade e, passato il primo Mac Donald's, respiro più leggera. L'ex zona rossa viene sverginata.
Nella galleria, in direzione di Piazza della Nunziata, provo la prima, serena emozione della giornata: qualcuno intona "Bella ciao" e le voci di parte di quei centociquantamila presenti alla manifestazione inondano compatte la volta del condotto, un unico coro partigiano.
Arrivare a Caricamento è ora una formalità, quasi un passo da compiere in fretta, prima della festa. I poliziotti, dismesso in parte l'assetto antisommossa, mi sfilano davanti, mentre assaggio un kebab comprato in via Prè. L'odore di cipolla è ora il ricordo più vivo di quegli ultimi momenti di vita del corteo.
Dalle finestre di via Gramsci si affacciano volti di colore, orientali, sudamericani, un signore col suo cane, una vecchietta che agita un cuscino rosso, forse l'unico pezzo di stoffa di quel colore trovato in casa, e sventolato tanto per sentirsi partecipe, simile alla folla che di rosso ha inondato la città, con striscioni, magliette e bandiere. Un fiume (filo)comunista.
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