Gianni Berengo Gardin in mostra a Palazzo Ducale

Gianni Berengo Gardin parla della foto 'Venezia, 1958'

Gianni Berengo Gardin parla della foto 'Venezia, 1958'

«Ho capito che volevo fare il fotografo dopo aver visto i film di Fellini». Le immagini e i reportage dagli anni '50 ad oggi. Dal 14 febbraio all'8 giugno. Le foto e il video

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Genova - Giovedi 13 febbraio 2014

«Un consiglio per i giovani aspiranti fotografi? Fatevi una cultura, guardate le immagini dei grandi del passato, imparate da loro. Dalle scuole di fotografia non si impara niente. Quello che dovete fare è pensare, prima di scattare. Poi fare la foto, forse. Oggi le macchine fotografiche fanno tutto da sole. Ma non possiamo far sì che ragionino anche al posto nostro». A dirlo non è un fotografo qualunque, ma uno dei più grandi: Gianni Berengo Gardin che, a 83 anni, ha ancora voglia di imparare: «Continuo a studiare le foto di Ugo Mulas, Gabriele Basilico, Henri Cartier-Bresson. Per me loro sono sempre stati amici, colleghi e maestri».

200 immagini tratte dall’immenso archivio di Berengo Gardin – 1 milione e 500 mila negativi – che vanno dagli anni '50 ad oggi, insieme ad alcuni inediti, sono esposte a Palazzo Ducale, nel Sottoporticato, dal 14 febbraio all’8 giugno per la mostra Gianni Berengo Gardin – Storie di un fotografo.

L’esposizione racchiude le tante storie raccontate dal fotoreporter, nato a Santa Margherita Ligure nel 1930: «La mostra inizia con gli scatti realizzati a Milano, dove è iniziata la carriera di Berengo Gardin», spiega Denis Curti, curatore della rassegna antologica, che continua: «La sua è una fotografia di documentazione».

Poi ci sono i reportage: da Morire di classe, realizzato su richiesta di Franco Basaglia - «I miei scatti nei manicomi sono stati utili a Basaglia per l’approvazione della Legge 180», spiega Berego Gardin – a Dentro le case, «lavoro fondamentale, che ha riscritto il linguaggio del reportage contemporaneo», spiega Curti. E ancora, il reportage sulla vita dei Rom in Italia: «Ho trascorso un mese e mezzo nei campi, da Firenze a Reggio Emilia, fino a Trento. Ho scoperto che molte delle cose che gli italiani pensano sui Rom sono sbagliate, e sono causate dai pregiudizi», spiega il fotografo. In mostra anche le foto dedicate al lavoro e alla sua importanza sociale: «Ho collaborato per 15 anni con grande aziende come Olivetti, Alfa Romeo, Italsider, Ansaldo. Ero e sono comunista, e passando del tempo con gli operai ho capito l'importanza di esserlo».

In mostra la sezione dedicata ai baci: «Nel 1954 in Italia era proibito baciarsi in pubblico. Si rischiava di essere arrestati per oltraggio al pudore», ricorda Berengo Gardin, «Quando sono arrivato a Parigi, ho scoperto che lì tutti si baciavano per strada. Così li ho fotografati, soprattutto per denunciare la situazione italiana. Ogni fotografo, però, è un po’ guardone – deve esserlo per far bene il suo lavoro – così, anche quando in Italia le cose sono cambiate, ho continuato a immortalare le coppie innamorate».

Il fotografo si indigna solo se si parla di fotografia digitale, che secondo lui «uccide la fotografia. Abolirei i programmi di foto ritocco: una foto ritoccata non è più una foto, ma diventa un’immagine. Cosa penso di internet e dei social network? Ho di meglio da fare piuttosto che perdere tempo al computer», scherza. Ma in mostra c’è anche una delle pochissime foto che Berengo Gardin ha scattato con una digitale. Ci sfida a riconoscerla, e c’è chi ci riesce (a voi lettori e lettrici lasciamo il compito di scoprirla).

Storie di vita e di persone negli scatti in bianco e nero: «Ho capito che nella vita volevo fare il fotografo dopo aver visto i film di Fellini». Cuore della mostra è la sala dedicata a Genova, una città che assomiglia alle sue idee e ai suoi ricordi: «Renzo Piano mi ha spesso chiesto di fotografare il porto e chi ci lavora. Adoro poi i caruggi e i loro negozietti. Genova è il luogo dove vorrei venire a vivere».

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Gianni Berengo Gardin – Storie di un fotografo
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Orari
da martedì a domenica 10-19
lunedì 14-19

Info
www.mostraberengogardin.it

Francesca Baroncelli

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