Biancaneve al Carlo Felice: un balletto fiabesco e dark

Biancaneve, di Angelin Preljocaj

Biancaneve, di Angelin Preljocaj © Jean Claude Carbonne

La coreografia di Angelin Preljocaj. Un classic che diventa moderno, tra romanticismo e contemporaneità. Danze corali, fisicità ed emozione...

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Genova - Domenica 25 maggio 2014

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Lo spettacolo è in scena fino a mercoledì 28 maggio

Nell’arco temporale di meno una settimana, per due volte, chiacchierando con amici a teatro, ci siamo trovati a dire: «che bello, sembra proprio di essere in una città europea». La prima è stata sabato scorso a La Claque con Love/Unlove, a night of electronic music and performing arts, il concept ideato per la Rete DanzaContempoLigure da Rocco Colonnetta, Marina Giardina e Olivia Giovannini in cui artisti e pubblico hanno interagito con stupefacente naturalezza creando un magico mood da clubbing di cui chi era presente conserverà senz’altro memoria. La seconda, venerdì sera, in occasione della prima della meravigliosa Biancaneve di Angelin Preljocaj, andata in scena Carlo Felice: davanti all’ingresso principale del teatro su un semplice tappeto da danza, i danzatori del Danse Ensemble Opera Studio del Carlo Felice hanno dato vita a Scrittura per un corpo indefinitodi Giovanni Di Cicco, la prima di tre coreografie di venti minuti ciscuna che precederanno le recite di opera e balletto fino al 31 maggio.

Un’idea frequentata da molti teatri europei per far conoscere la danza contemporanea in modo casuale, semplicemente perché si passa di lì durante la performance e ci si ferma a guardare, attratti e incuriositi, o perché si sta andando ad assistere ad uno spettacolo e si resta sorpresi da quello che appare un felice fuori programma. Un esperimento riuscito anche a Genova dove il pubblico delle prime si è mescolato ai passanti, lasciandosi affascinare dalla fisicità e dalla bravura dei danzatori. Chi ha proseguito la serata a teatro ha potuto immergersi in un altro stupore, quello del mondo fiabesco e chiaroscurale che il coreografo Angelin Preljocaj ha scelto per raccontare la sua Biancaneve, creazione 2008 per la Biennale Danza di Lione su musica di Gustav Mahler (eseguita dal vivo dall’Orchestra del Teatro Carlo Felice diretta daNada Matoševič) con gli effetti sonori elettronici dei 79 D, i costumi di Jean Paul Gaultier, le scene di Thierry Leproust e le luci di Patrick Riou.

Non si tratta di una rilettura di un grande classico del repertorio come nel caso di certe Giselle o Cenerentola proposte, talvolta con esiti straordinari, da alcuni coreografi contemporanei, come fu per il Romeo e Giulietta dello stesso Preljocaj, ma della sfida di creare un nuovo classico, inevitabilmente postclassico, romantico e contemporaneo al tempo stesso, utilizzando un soggetto snobbato dalla danza.

Il risultato è grandioso, un balletto fiabesco degno degli ottocenteschi Teatri Imperiali russi che non perde mai di vista la modernità, un lavoro dove la coreografia e i fantastici danzatori del Ballet Preljocaj si muovono perfettamente a loro agio nelle citazioni accademiche - arabesque, tour, jeté, etc. – passando fluidamente, e senza soluzione di continuità, al codice contemporaneo, trovando in ogni momento il linguaggio del corpo più efficace per descrivere uno stato d’animo, una tonalità emotiva o per raccontare un determinato passaggio della trama senza mai cadere nell’illustrazione o nella pantomima.

Al disincanto del mondo contemporaneo, Preljocaj oppone l'incanto di un racconto fiabesco squarciato da atmosfere dark, a tratti cupe e da grand-guignol e dove il dualismo manicheo bene/male è - con inquietudine contemporanea - sfumato ed arricchito da un perturbante di matrice freudiana che il coreografo mostra di padroneggiare con maestria.

D’altronde, in più occasioni Preljocaj ha dichiarato il suo debito intellettuale nei confronti di quel testo fondamentale che è la Psicoanalisi delle fiabe dove il grande Bruno Bettelheim metteva in luce i profondi rimandi alla sessualità nascosti nelle fiabe. È per questo che la sua Biancaneve danza quel difficile viaggio d’iniziazione che tutti intraprendiamo per diventare adulti attraversando ostacoli, superando conflitti e, soprattutto, passando esperienze diverse, a volte terribili come la morte di qualcuno, a volte sublimi come l’amore, mentre la matrigna, l’altra protagonista di questo balletto, è la versione sadomaso della Grimilde disegnata da Walt Disney, una donna molto sexy ma perversa e crudele che lo stilista Jean Paul Gaultier – autore dei meravigliosi costumi dello spettacolo – propone con un look da dominatrice, la cui danza è connotata da movimenti secchi, nervosi e freddi scatti d'ira che evocano l’inaccessibile disperazione autodistruttiva di una donna non risolta, ossessionata dall’idea di perdere la propria bellezza e di invecchiare come molte cinquantenni di oggi vere botox-addicted, maniache di diete e fitness.

In continuo dialogo con le splendide scene realistiche e sognanti di Thierry Leproust, la coreografia è impreziosita da geniali trovate teatrali capaci di generare meraviglia anche nello spettatore più smaliziato come il gigantesco e magico specchio, specchio delle mie brame o la stupefacente danza verticale dei sette nani che salgono e scendono dalla falesia della miniera appesi a funi da scalatore. A questo proposito mi pare interessante notare come, benché si tratti senz’altro di uno dei momenti più suggestivi, la spettacolarità della scena, così come le acrobazie dei nani, non sono affatto fine a stesse o solo per stupire, infatti il loro continuo andare su e giù dalla parete è pensato da Preljocaj per restituirci il ritmo di un lavoro ripetitivo e sempre uguale a se stesso, quello massacrante del minatore che, indefessamente, scava nella roccia come il ragno continua a tessere la sua tela, perché a quell’azione è legata la sua stessa possibilità di esistenza; inoltre, la sospensione dei danzatori permette al coreografo di spingere i corpi al limite, sperimentando nuovi rapporti di peso e contrappeso, di equilibrio e disequilibrio, elementi che da sempre sono al centro della sua ricerca.

La compagnia – ventisei giovanissimi danzatori – risponde magnificamente alle esigenze creative del coreografo con una marcata fisicità che emerge soprattutto nelle danze maschili e nei bellissimi momenti corali, con una davvero eccellente versatilità nel passare da un linguaggio all’altro e da un registro interpretativo all’altro da quello romantico a quello più squisitamente contemporaneo. Tra i danzatori del cast della prima non è possibile non dedicare uno speciale plauso a Nagisa Shirai, storica interprete del ruolo di Biancaneve sin dal debutto del balletto alla Biennale di Lione, che proprio al Teatro Carlo Felice danzerà per l’ultima volta in questo ruolo.

La Shirai, alla raffinatezza espressiva con cui rende le sfumature emotive del personaggio, coniuga una tecnica straordinaria e una flessuosità dei movimenti che in certi momenti pare sovrumana.

Se è difficile dire quali siano gli altri momenti topici di questo balletto, non posso fare a meno di segnalarne almeno quattro: il poeticissimo e commovente incedere del cervo per cui Preljocaj inventa una sorta di incredibile gestualità onomatopeica che restituisce le emozioni che attraversano il corpicino del cervo ma anche la delicata animalità del suo muoversi guardingo nella foresta come fosse consapevole del destino che lo attende, l’episodio della mela avvelenata trasformato dal coreografo in un intenso ed erotico abbraccio mortale in cui, implacabile, la matrigna/strega affonda il frutto nella gola della fanciulla godendo sadicamente del suo lento perdere i sensi, l’ultimo passo a due fra Biancaneve e il Principe dove la coreografia fa i conti con lo scarto tra la vita (il corpo del Principe) e la morte (quello inanimato di Biancaneve) mostrando, molto più di quanto possano fare le parole, cosa significhi amare qualcuno e trovarsi al cospetto del suo cadavere, la danza del Principe (Sergi Amoros Aparicio) esprime tutto il suo dolore ma anche la rabbia per la propria impotenza, le gambe gli si piegano e inizia un disperato passo a due con il corpo senza vita dell’amata e, infine, l’ultima scena, quella in cui la malvagia matrigna è condannata ad indossare un paio di scarpe infuocate che la costringono ad una terribile danza di morte per cui Preljocaj crea un solo forsennato e spasmodico in cui movimenti spezzati e i sussulti della strega (l’ottima Cecilia Torres Morillo) restituiscono il dolore per la punizione ma anche la profondità del male impersonato dal personaggio che muore mentre vapori di zolfo si spandono nell’aria e cala il sipario.

Uno spettacolo da non perdere e che ha il potere d’incantare grandi e piccini perché, come ha detto Giulia, una giovane amica che era con me a teatro, «anche se la strega mi ha fatto un po’ paura, si capisce tutto e mi sono divertita».

Elvira Bonfanti

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