Luisa Miller al Carlo Felice: una storia che non ha età

Teatro Carlo Felice, Luisa Miller:  Miller (Leo Nucci), Luisa Miller (Anna Pirozzi ), Rodolfo (Giuseppe Gipali)

Teatro Carlo Felice, Luisa Miller: Miller (Leo Nucci), Luisa Miller (Anna Pirozzi ), Rodolfo (Giuseppe Gipali) © Marcello Orselli

Spade, pistole, veleni. Passaggi musicali con il clarinetto, trilli ossessivi. L’Orchestra diretta dal giovane Battistoni. Ovazioni a scena aperta. La recensione

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Genova - Giovedi 20 novembre 2014

Luisa Miller al Teatro Carlo Felice. Le repliche domenica 23, martedì 25 e venerdì 28 novembre.


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Forse perché è un'opera che manca da Genova dal 1972. Forse perché la regia è del baritono Leo Nucci, considerato il più grande Rigoletto del nostro tempo. Forse perché lui stesso la interpreta anche. Forse perché è un’opera attuale. Tante possono essere le motivazioni di un grande successo.

La sera di martedì 18 novembre il Teatro Carlo Felice era gremito, quando è andata in scena la prima di Luisa Miller, il melodramma tragico in tre atti di Salvatore Cammarano, tratto dalla tragedia Kabale und Liebe (Amore e raggiro, 1784) di Friedrich Schiller, su musiche di Giuseppe Verdi.

L’opera, la cui prima rappresentazione risale al 1849, al Teatro San Carlo di Napoli, in questa edizione è prodotta e allestita da tre teatri diversi: il Municipale di Piacenza, il Comunale di Ferrara e l'Alighieri di Ravenna.

Dirige l’Orchestra del Teatro Carlo Felice il giovane Andrea Battistoni, che manifesta tutta la sua entusiastica e giovanile energia fin dalla sinfonia iniziale, eseguita a sipario chiuso, come l’aveva pensata Verdi.

Poi inizia il metaforico mattino di primavera di una ragazza che compirà sedici anni, Luisa Miller, figlia di un vecchio soldato. L’azione originaria si svolge in un villaggio del Tirolo nel secolo XVII, ma Nucci, pur seguendo la strada della scuola italiana che si rifà a Luchino Visconti, nel rispetto attento e ossessivo delle indicazioni del compositore, spiega che l’ha spostata nell'Ottocento.

Già ai suoi tempi Schiller, per aggirare la censura, fu costretto a scegliere il 1600; Verdi, invece, dovette cambiare il nome di Ferdinando, perché coincidente con il re di Napoli, e trasformò Miller da violoncellista in soldato dignitoso e orgoglioso, certamente rivolgendo un cenno alla rivolta popolare della sua epoca contro l’autorità costituita.

Allora Nucci non farebbe che riportare, in un certo senso legittimamente, i personaggi alla contemporaneità di chi scrive: d’altra parte, secondo lui, si tratta di una storia che non ha età, come quasi tutte le opere di Verdi.

Il lungo racconto, che si dispiega in tre ore di spettacolo, intervalli compresi, si avvale di un cast meraviglioso, che si alternerà nelle recite: alla prima Leo Nucci, poi Mansoo Kim (Miller), Anna Pirozzi (Luisa), Giuseppe Gipali (Rodolfo), Carlo Colombara (Conte di Walter), Daniela Innamorati (Federica), il genovese Giovanni Battista Parodi, Cristian Saitta (Wurm), Sofia Koberidze, Margherita Rotondi (Laura).

La storia è modernissima: c’è un signore, il Conte di Walter, che ricatta una ragazza, Luisa, e lo fa attraverso il suo castellano, Wurm – che non a caso in tedesco significa verme. Nello stesso tempo, vuole imporre la propria volontà al figlio Rodolfo, innamorato contro la ragion di Stato di Luisa.

Il Conte abusa del suo potere, conquistato a prezzo di un omicidio, e vorrebbe che Rodolfo non soltanto condividesse le sue trame politiche, ma anche sposasse la Duchessa d’Ostheim, Federica, nipote di Walter.

L’azione si svolge con un effetto continuo di cambio di scena, che avviene manualmente, senza automatismi e senza intervalli inutili. Lo scenografo Rinaldo Rinaldi usa le scene dipinte che, insieme alle luci in dissolvenza di Claudio Schmid, consentono una scenografia non in antitesi con le nuove tecnologie. Ogni movimento giustifica la musica, ogni silenzio sostiene l’evento.

La solarità del popolo e della modesta casa di Miller, con lo sfondo della campagna, è in antitesi agli appartamenti del castello del despota, presentato in mezzo ai suoi libri polverosi, con un quadro a pezzi, simbolo di falsa cultura. Anche i bei costumi di Alberto Spiazzi sottolineano il contrasto tra i due gruppi, i semplici con i toni chiari e i potenti con quelli scuri.

Il Coro è un protagonista importante, un’eco potente. Salvo Piro, che a Genova ha ripreso la regia di Nucci, parla di scrittura musicale trasformata in scrittura fisica, che vince su qualsiasi regia.

L’opera risulta particolarmente affascinante, forse perché è costruita in continua transizione. Verdi qui muta le maschere in personaggi, spiega Andrea Battistoni, e la musica da accompagnamento diventa collante. Si tratta del momento di passaggio dal Verdi giovanile al Verdi romantico, con prefigurazioni di Traviata, Rigoletto e Trovatore.

Molti sono i momenti da ricordare. I primi scroscianti applausi e ovazioni a scena aperta – primi di una lunga serie – vanno a Leo Nucci, al termine del pezzo in cui canta Sacra la scelta è d’un consorte / (…) Non son tiranno, padre son io, / Non si comanda de’ figli al cor.

Bravi anche gli altri interpreti, come il tenore Giuseppe Gipali, particolarmente toccante nella celebre aria Quando le sere, al placido / Chiaror d’un ciel stellato / Meco figgéa nell’etere / Lo sguardo innamorato.

Il soprano Anna Pirozzi raccoglie meritati consensi per la sua voce piena e l’ottima estensione vocale, che modula in tutte le sfumature, dalla romanza Lo vidi, e ’l primo palpito fino a La tomba è un letto sparso di fiori, preludio della tragedia finale.

La trasformazione di Luisa Miller da ragazza ingenua in donna matura si compie. Il destino è ineluttabile, in un climax che dalla felicità iniziale precipita nella morte.

Spade, pistole, veleni. Passaggi musicali con il clarinetto, trilli ossessivi. Meccanismo drammaturgico perfetto.

Teatro Carlo Felice, Luisa Miller: Scena d’insieme nel castello del Conte di Walter © Marcello Orselli

Linda Kaiser

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