Anna Solaro racconta L'Altra Bellezza di Stranità

L'altra bellezza

L'altra bellezza

Il nuovo spettacolo di teatro sociale. Quando la fragilità calca il palcoscenico e diventa consapevolezza. In scena al Teatro della Corte il 29 aprile

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Genova - Domenica 26 aprile 2015

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Teatro dell'Ortica. Mercoledì mattina.

Stranità, laboratorio di Teatro Sociale in collaborazione con la Salute Mentale della Asl 3 in un percorso di Teatro integrato che da ventitré anni impegna pazienti psichiatrici, attori professionisti e operatori sociali a lavorare insieme uniti dalla stessa passione e dallo stesso impegno.

Gli attori entrano uno dopo l'altro, salutano e si accomodano. C'è affiatamento e intesa, sensazione di benessere, familiarità, consuetudine, amicizia, complicità. Qualcuno passeggia nell'auditorium del Teatro dell'Ortica. Fuori, una bella giornata di sole. Dentro un calore che non dipende solo dal clima. Sono tutti in preparazione per lo spettacolo L'altra bellezza, in scena al Teatro della Corte mercoledi 29 aprile con doppia replica, alle 10.30 e alle 20.30.

Anna Solaro, attrice, regista e anima di Stranità, in attesa del gruppo al completo, prima delle ultime prove, mi accoglie. E mi ritrovo immersa in questa emozionante camera delle meraviglie. Un viaggio visionario dove incontro e chiacchiero con alcuni protagonisti dello spettacolo.

Anna, qual è la strada giusta per L'altra bellezza?
«Stare in ascolto di chi è fragile. Proprio perché chi è fragile ha sviluppato una resilienza, una capacità significativa di resistere agli urti. E molti di loro, rispetto ai propri limiti e alle proprie difficoltà, hanno sviluppato una consapevolezza che insegna. Essere mutuali rispetto a chi sta ai margini significa anche imparare a usare gli altri come specchio. Guardarsi davvero. È un'occasione, non per impaurirsi delle proprie difficoltà e dei propri limiti, ma per guardarli. Per imparare ad accettarli e ad accettarsi. Il teatro ne fa poesia, ne rende una degna restituzione. E questo credo che faccia parte di una bellezza comune condivisibile, di una bellezza che possa tracciare dei sentieri per poter camminare anche tutti in uno stesso modo. Camminare insieme. La strada è il laboratorio, lo spettacolo è un passaggio. Qui si continua a progettare. È significativo il fatto che queste persone non siano terrorizzate dall'andare in scena, ma pensino al domani, si relazionino con serenità rispetto a chi li intervista e a chi viene accolto in gruppo. Si pensa che siamo noi a dover accogliere i fragili, io credo invece che in realtà l'esperienza sia quella di essere accolti. Qui si è sviluppato un senso di appartenenza e un'identità forte. Questa è casa per loro, è un luogo che sanno abitare, lavorando in cooperazione. Qui c'è un comportamento condiviso, le regole sono condivise e fanno parte di un codice morale interno. Qui c'è la disponibilità di fare ricerca, teatrale e umana insieme. Si va in scena con la giusta ansia. Trasformabile e misurabile con l'atto catartico. Con la consapevolezza di andare in scena e con una strumentazione attoriale completa. Nel gruppo ci sono infermieri, operatori teatrali, educatori. E sono tutti nello spettacolo».

Mi avvicino a Fabio, molto entusiasta. Sta già pensando allo spettacolo successivo.

Qual è il momento più intenso del laboratorio?
«L'inizio. Il momento del saluto. Si ricomincia dopo una settimana. Si sono fatte delle cose e ci si racconta. Qui è tutto un crescendo».

Poi incontro Armando.
«Sono stato ricoverato a Quarto quattro anni dal '70 al '74. Il manicomio incombeva addosso come una minaccia. La mia vita ora è nel teatro. Mi piace scrivere, ho iniziato a farlo appena sono uscito dal manicomio. E ora mi piace portare in scena quello che scrivo. Sono timido, per me è una soddisfazione andare sul palco, non tanto per recitare, ma per il fatto di riuscire a vincere la timidezza. Anche qui in laboratorio il momento più intenso è alla fine della mattinata insieme. Mi sento migliorato».

C'è anche qualcuno che preferisce stare ad osservare da spettatore.

Pino, «Faccio parte del gruppo da quattro anni. Siamo andati al Teatro Duse, al Politeama Genovese, a Sarzana a Pavia e a Savona. Un tour molto emozionante da vivere. Ho dei ricordi bellissimi».

Michele, «Questo laboratorio è come una sorta di neorealismo. Si racconta la storia della malattia e delle sofferenza per superarla. E poi la guarigione. Mi sono ritrovato in tante cose e mi sento partecipe».

Nel gruppo incontro anche NicolettaTangheri, attrice professionista che è entrata da pochi mesi nel gruppo «Sono qui da dicembre. Questa è la mia prima esperienza con il gruppo. Vengo dalla scuola di teatro di Bologna, prima recitavo, poi a un certo punto della mia vita non mi sentivo di stare sul palco e ho cercato altri modi per esprimermi. Ho scritto un libro, Il rumore dei miei passi (Infinito edizioni) sull'anoressia. Per lo spettacolo ho adattato un pezzo del libro a questa esperienza cercando di non parlare solo di anoressia, ma di un disagio generale, del problema di scivolare nella depressione e di trovarsi di colpo nel buio, elaborarlo e adattarlo allo spettacolo che è L'altra bellezza. In Stranità ho trovato il teatro che sto cercando. Il contatto vero. Il contatto con l'altro. Il teatro sociale. Anna Solaro lascia esprimere. A volte i registi imbrigliano in alcuni schemi e mi capitava di non riuscire a tirare fuori quello che volevo. Con lei riesco a essere me stessa e nel contatto con l'altro trovo l'amicizia. Sento l'altro come amico, riesco a far emergere quello che ho. E non a caso Anna riesce a incanalarlo nello spettacolo».

È proprio vero. Le prove hanno inizio e ognuno fa emergere quello che ha, quello che può e quello che sa senza pregiudizio. Sono tutti bellissimi già così, nelle prove, dove si danno generosamente senza risparmiarsi.

Anna conduce con garbo ed eleganza, suggerisce i gesti migliori e tutti la seguono con attenzione. Immagini e scene che si alternano.

La vera bellezza è uno sguardo verso le altre persone.

Monologhi scritti dagli attori stessi che come poesia ti restano dentro. E lo spettacolo è ricco di intuizioni, suggestioni e poesia.

Come le parole di Danilo «scrivo sulla bellezza. La bellezza è creativa. Lo scrivere mi dà un senso di appartenenza. Ci vorrebbe poesia astrale eterea ma la decifrerò. La bellezza è come scrivere, è creativa. È l'esistenza stessa».

Arianna Destito

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