Premio Andersen 2015: un viaggio in Ferriera

Particolare della copertina di Ferriera Pia Valentinis, vincitore del Premio Andersen 2015 per il miglior libro a fumetti

Particolare della copertina di Ferriera Pia Valentinis, vincitore del Premio Andersen 2015 per il miglior libro a fumetti © Coconino Press

Miglior libro a fumetti all'opera di Pia Valentinis. Una storia personale che diventa un racconto italiano. Intervista con l'illustratrice che per la prima volta mette insieme immagini e parole 

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Genova - Martedi 19 maggio 2015

Leggere Ferriera (Coconino Press, 2014) è fare un viaggio dentro a una storia personale, intima, che si fa storia collettiva, memoria di tempi appena trascorsi, quelli dell'Italia anni Sessanta, delle lotte per i diritti, del lavoro duro delle fabbriche, degli emigranti italiani partiti verso altri luoghi, barattando la propria terra, i propri affetti, con un futuro possibile.

Un viaggio tra parole e immagini piane, tratteggiate, lievi, toccanti che fanno dell'ultimo lavoro di Pia Valentinis, un romanzo illustrato da premiare. Ed è quello che è successo in questi giorni, il romanzo è stato scelto come miglior libro a fumetti dalla giuria del Premio Andersen, il maggior riconoscimento italiano dedicato ai libri per l'infanzia e l'adolescenza. E per l'occasione Pia incontrerà il pubblico genovese venerdì 22 maggio, alle 18, al Museo Luzzati, in un incontro moderato da Anselmo Roveda che si svolgerà proprio in mezzo alle tavole di un altro grande della letteratura per immagini, Gipi, di cui è allestita un mostra con centocinquanta opere originali.

Prima di incontrarla a Genova ho deciso di fare qualche domanda a Pia, perché il suo lavoro mi ha colpito, mi ha commosso nella sua potenza poetica e mi ha fatto venir voglia di conoscerla un po' meglio. Così, ho preso il telefono e mi sono fatta raccontare qualcosa di più del suo percorso, il dietro le quinte del suo lavoro. Ecco, in breve, quello che ci siamo dette.

Questo romanzo ha un forte carattere autobiografico, è intimo, personale, cosa ti ha spinto a trasformare una storia così tua in una storia per tutti?
«Ho incominciato a lavorare a Ferriera senza l'intenzione di produrre qualcosa da pubblicare. Ho iniziato dall'idea di raccontare mio padre, operaio in fonderia, la sua storia, e nel farlo avevo voglia di avvicinarmi al linguaggio dei fumetti, per esplorare un mondo per me nuovo. E, così, tra un lavoro e l'altro, mi sono ritagliata i momenti per dedicarmi a questo progetto, come fosse un gioco e quello che veniva fuori lo inviavo agli amici, per avere consigli, confrontarmi con qualcuno. Poi, una notte, ho fatto un sogno: una fabbrica, una testa che rotola via. Avevo sognato qualcosa che, in effetti, era accaduto tanto tempo prima, ma lo avevo rimosso: mio padre mi raccontò quell'incidente in fabbrica, il momento in cui ha visto la testa spaccata di un operaio che stava lavorando con lui, ma non ricordavo nient'altro. E, così, mi sono messa a cercare. A mio padre non potevo chiedere perché è morto tanto tempo fa, mia madre non ricordava l'episodio con precisione, mentre io volevo capire cosa fosse realmente successo, non volevo inventare. Chi era quell'operaio, qual era il suo nome, quando accadde quel terribile incidente? Ho sfogliato annate intere di giornali locali, poi un colpo di fortuna mi ha aiutata».

Ma hai scelto di non scrivere i nomi.
«No, non ho scritto il nome di quell'operaio, però io lo so e per me è importante. Ho sentito la necessità di cercare nella realtà e quando ti metti a cercare succede sempre che trovi tanto altro... e così sono arrivati altri frammenti di quella storia che volevo ricostruire. Quando cercavo notizie di mio padre emigrato in Australia, per esempio, mi sono imbattuta nelle registrazioni di alcuni friulani che ci sono andati proprio nel periodo in cui ci andò mio padre, friulano anche lui, e così ho immaginato cosa avesse vissuto: la fiducia data ai negozianti quando pagavi il conto e non riuscivi a calcolare con precisione il cambio, la lingua difficile da imparare, la malinconia nella lontananza».

Non hai inventato proprio niente della storia allora? È tutto vero?
«Quando a mia madre un giorno ho chiesto cosa facessero lei e mio padre quando uscivano le prime volte insieme, lei mi ha risposto evasivamente: andavamo in giro, a volte al cinema. Lì, allora, mi sono messa a inventare la storia di ferragosto... (che leggerete sul libro). Quando l'ha letta mia madre mi ha detto: ah sì, è vero, è proprio successo così, non mi ricordavo più. Insomma, alla fine, anche quel poco che ho inventato si è trasformato, non si sa come, in realtà».

Tu sei illustratrice e con Ferriera è la prima volta che metti insieme immagini e parole. Come hai lavorato?
«Sono partita dall'idea, dalla storia da raccontare. Poi, man mano che sceglievo gli episodi su cui lavorare, cercavo di farlo un po' con le parole, un po' con le immagini. I limiti che mi trovavo davanti usando le parole li superavo con le immagini e viceversa, seguendo sempre una regola: non dire la stessa cosa con i due linguaggi, non essere didascalica insomma. A un certo punto è stato esaltante capire che riuscivo a portare avanti il racconto da sola, gestendo sia le immagini che le parole, stavo scoprendo un modo nuovo di lavorare».

Il tuo modo di creare è cambiato, dunque, sei diventata autrice totale. Pensi che ripeterai l'esperimento?
«Sì, mi piacerebbe continuare a scrivere, oltre che a illustrare, non ho ancora iniziato un lavoro nuovo, ma sto cercando una storia che mi faccia uscire da me, dal mio vissuto. Sto cercando una storia necessaria, ma non lo ha ancora trovata. Quando la incontri una storia così te ne accorgi: diventa un pensiero fisso, leggero magari, ma che ti accompagna ovunque».

Tra pochi giorni sei a Genova a ritirare il Premio Andersen per il miglior libro a fumetti dell'anno, non è la prima volta che lo ricevi, cosa cambia nel lavoro di un autore quando riceve un riconoscimento così importante?
«Intanto ricevere un premio come questo dà sicurezza e, per una come me è già importante, e poi cambia il modo di lavorare. Ogni volta che mi dedico a un'opera per me significa anche imparare e se quello che faccio riceve riconoscimenti penso che, forse, sto percorrendo la strada giusta».

Il Premio Andersen è dedicato alla letteratura e all'illustrazione per l'infanzia e l'adolescenza cosa porta alle giovani generazioni Ferriera?
«Mi piacerebbe portasse un senso forte di collettività, di solidarietà tra le persone e un altro modo di pensare il lavoro».

Se dovessi invitare il pubblico a venire a Porta Siberia, venerdì 22, a incontrare te il tuo lavoro, cosa diresti?
«Venite, venite, tanto mal che vada ci sono i disegni di Gipi!»

Ci salutiamo con una risata, butto giù il telefono. Nel silenzio torna la bellezza che mi ha regalato la lettura di Ferriera, e la poesia che esce fuori dai gesti quotidiani di quelle vite raccontate, unita alla fatica e al dolore. Ferriera è un pezzo della nostra Storia.

Pia Valentinis, autrice di Ferriera (© rivista Andersen)

Daniela Carucci

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