Tutte le forze dello Stabile nelle nuove produzioni: Molière e Wesker

La cucina

La cucina © Caroli

24 interpreti ne La cucina, guidati da Binasco: «La nostra scuola è un movimento artistico‑culturale». 9 in Il borghese gentiluomo, diretto da Dini. Le interviste

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Genova - Giovedi 13 ottobre 2016

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Un dispiego di forze artistiche caratterizza le prime due nuove produzioni del Teatro Stabile di Genova in questo avvio di stagione: La cucina di Arnold Wesker (dal 18 ottobre 2016) e Il borghese gentiluomo di Molière (dal 19 ottobre). Chiamando alla regia due ex-allievi d'eccellenza della Scuola di Recitazione interna al teatro, Valerio Binasco e Filippo Dini, si offre un'opportunità corale agli allievi di oggi e di ieri della scuola stessa: alcuni ormai professionisti confermati, per esempio Orietta Notari, Miglior attrice 2016 al Premio della Critica, per Ivanov (Fondazione Teatro Due/Stabile di Genova) e in Gyula-Una piccola storia d’amore - testo di Fulvio Pepe, anche lui ex-allievo. Altri giovanissimi appena diplomati.

Saranno 24 a calcare il palco guidati da Binasco per il testo di Wesker. Nove per Molière - esattamente lo stesso cast di Ivanov - in cui Dini si è conquistato il premio Le Maschere del Teatro Italiano 2016 per la Miglior regia - una co-produzione Fondazione Teatro Due e Teatro Stabile di Genova.

Di per sé un'arte multidisciplinare e un gioco che si fonda su tante figure, dopo una lunga stagione di monologhi, fa piacere veder riproposti lavori corali, perché c'è un fascino intrinseco ai grandi cast. Ma c'è, anche, una maggiore facilità e margine di successo in questa scelta chiedo ai registi? «Lo spero - afferma Binasco - perché ogni spettacolo merita di essere fortunato e merita la gioia del pubblico. Uno spettacolo corale significa avventurarsi in un'analisi e una ricerca. Il modello non è il capocomicato e neppure il teatro di regia, ma un modello sinfonico, per un teatro di ensemble. Le emozioni più grosse per me come spettatore sono legate a grandi compagnie straniere, dove esce la forza degli attori come gruppo, non nella loro singolarità. Umilmente mi avventuro da quelle parti, penso ai lavori di Lev Dodin, Ariane Mnouchkine, Peter Brook. All'estero il teatro di ensemble ha più fortuna, l'Italia resta un paese di protagonisti: da un lato gli interpreti, dall'altro i registi».

In realtà c'era ancora spazio per il cast, non sono 32 nell'originale? «Sì, ma non ce lo potevamo permettere. Abbiamo sacrificato alcuni ruoli, altri resi doppi, ma del testo non è andato sacrificato quasi niente, qualche taglio minore. Piuttosto abbiamo spostato qua e là e l'umanita di alcuni è trasmigrata dentro altri personaggi».

Filippo Dini, attore e regista, proprio come Binasco - e di Binasco anche allievo - propone un punto di vista molto simile: «Mi piace che il gioco teatrale sia condiviso tra più persone, non so se sia più facile o più difficile. So che così si riesce a costruire la situazione della piazza: lì ci sono tante storie che si intrecciano, chi porta un lutto, chi la fatica degli anni, chi quella del quotidiano, chi è innamorato. Dire che è più faticoso, significa non avere schema di partenza ma demolire, demolire. Quando si riesce a creare una ragnatela che concateni le diverse storie, ecco, quella è una drammaturgia felice per me, mi sento di rappresentare delle vite. Il monologo non mi è tanto simpatico perché spesso propone un unico punto di vista».

Un testo inglese della fine degli anni '50 che ha avuto un successo indiscusso è quanto propone Binasco recuperando The kitchen (1957). Viene da chiedersi se questa scelta sia stata in qualche modo influenzata o guardi all'operazione di Massimo Chiesa del 2008, quando decise di lasciare il mondo delle grandi produzioni e lanciarsi, proprio con questo testo, in un ambizoso progetto di compagnia di produzione TKC che raccogliesse forze giovani. «Assolutamente sì, il mio incontro con questo lavoro teatrale di Wesker lo devo proprio a Massimo Chiesa e a una sua proposta che risale a dieci anni. Mi propose di farci un film e trascorremo anche alcuni giorni a Londra a lavorare con Wesker. Fu una bellissima esperienza: Wesker ci diede alcune riscritture e arrivammo a definire la sceneggiatura. Poi non se ne fece niente, questioni economiche. Pensavamo anche di farne uno spettacolo teatrale. Poi l'ha fatto lui».

Perché tornare a un testo che rappresenta un'esperienza non chiusa e magari poco felice? «Le cose non hanno funzionato, ma non fu affatto un'esperienza infelice. Il testo mi è rimasto dentro, ci avevo lavorato molto, e poi lo rimuginavo da tempo, avevo immagini che erano rimaste vive e riaffioravano di continuo, quindi quando lo Stabile mi ha chiamato, ho pensato di dare un rilievo speciale a questa apertura di stagione. Di offrire una sfida audace, non uno spettacolo capocomicale, ma di affidarmi a un gruppo di giovani interpreti di un'unica provenienza. Allora Sciaccaluga mi ha suggerito di valorizzare allievi di oggi e di ieri della scuola. Una bella idea. Un'occasione per dire che la nostra scuola è un movimento artistico-culturale con nomi che spiccano sulla scena contemporanea italiana. Stiamo provando a fare qualcosa che vada al di là della scuola. Di cui tutta la città sia fiera. Non è uno spettacolo giovanilista sono tutti grandi interpreti. Non è un saggio della scuola, è proprio la produzione di apertura del Teatro della Corte».

Uno scarto temporale di oltre tre secoli con Il borghese gentiluomo (1670), altro capolavoro della drammaturgia internazionale che sonda il meccanismo della commedia per una riflessione sulle storture dell'epoca che Molière viveva e verso cui non lesinava puntualissime critiche. Perché proprio questo Molière? «Una serie di concomitanze - afferma Dini - la prima molto banale: è uno dei primi testi teatrali che ho imparato ad apprezzare, con Francesco Rigo, con cui l'abbiamo letto, al secondo anno, alla Scuola di Recitazione dello Stabile. Un momento in cui ero più appassionato, una fase preparatoria al mio mestiere. Mi era rimasto un certo desiderio di confronto. La seconda ragione è legata all'attualità del testo rispetto al nostro tempo: sovraffollato di figurini che aspirano a diventare quello che non sono, specie tra i politici. Proprio come il mio protagonista Monsieur Jourdain».

Né Binasco né Dini interpretano il testo con cura filologica, quindi non andranno in scena gli anni '50 inglesi e tanto meno il '600 delle corti francesi. «Assolutamente non in costume», dice deciso Dini. «I classici sono un'opportunità, un regalo dei poeti, per capire qualcosa della nostra epoca, non ce li hanno lasciati per farne una rappresentazione museale. Lo studio condotto è stato finalizzato a comprendere le maschere nella loro epoca ma non per riproporle identiche. L'unica che trattiene più tracce di questa eredità è la figura del servo che poi viene dalla commedia dell'arte. Per altro al giorno d'oggi non è che siamo privi di maschere, no? Chi è oggi l'Arlecchino? Chi la moglie avida di Jordain? La drammaturgia di Molière esorta inevitabilmente a guardare il proprio tempo, perché lui aveva un occhio crudele e comico sulla sua epoca. Per altro questa sua ferocia, come ho letto nelle tante biografie, inclusa quella di Bulgakov, gli ha causato un sacco di guai personali. I suoi riferimenti erano talmente specifici che molti si offendevano al punto di menarlo. Un nobile in un corridoio di Versailles, pensando di essere uno dei suoi personaggi, finse di abbracciarlo e gli strofinò la faccia sui bottoni di pietre preziose, sfigurandolo».

Quale intervento sulla drammaturgia altrettanto pungente e inquietamente simbolica di Wesker? Cosa è rimasto di quel lavoro preparatorio per il film? «Ci siamo affidati alla versione italiana di Alessandra Serra. Le letture però hanno anche incluso libri meno alti dal punto di vista letterario ma molto utili per esempio Kitchen Confidential di Anthony Burdain, quindi con un adattamento sui personaggi rivolto molto al cinema. Siamo poi andati, tutti, quest'estate ospiti di cucine per studiare le relazioni e i cuochi». Una preparazione quasi da soldati è richesta, no? Vigono strettissime gerarchie tra chi si muove tra i fornelli. «Mi fa piacere che dici questa cosa, perché Wesker fu ispirato anche dell'esperienza del militare, per cui noi abbiamo lavorato tanto anche su noi tratta da M*A*S*H, sempre Altman». Fare regia per Binasco ha infatti più a che fare con il cinema: «Nel preparare uno spettacolo sono io che devo un po' seguire gli interpreti, non ci sono cose prestabilite, studio le persone e forse l'esempio a cui mi ispiro è proprio Robert Altman, un modo di lavorare più simile al cinema. Non mi interessa imporre una visione, quel tipo di regia non potrà mai essere condivisa da chi va in scena, è in sè una sconfitta. Quello che accade voglio che sia il tempo presente nelle relazioni tra interpreti, altrimenti va in scena un attimo estetizzato. Poi ci sono mille eccezioni. Eduardo faceva teatro di regia e anche Strehler, con esiti straordinari. Ma il teatro come gioco e creatività va in questa direzione di coautorialità tra interpreti e regista».

Tempo e spazio nel Molière di Dini sono sospesi nella scenografia di Laura Benzi (anche costumista). «La scena è come un giocattolo, da un ambiente chiuso, la casa di Jourdain, si apre e ci fa entrare in uno spazio esterno dove si incontrano i giovani. Siamo partiti, come per Ivanov, da un luogo che abbia richiami a un passato illustre, ma parli di oggi. Una stratificazione di tempi che si continua a logorare. Spero che noi artisti saremo capaci di parlare della fine che viviamo attualmente per cui l'aspetto comico spero sia accompagnato da una situazione un po' sinistra, nei confronti di chi guarda, credo che questo sia in Molière. Lui scriveva per divertire il uso pubblico, però al fondo di tutte le sue storie, sotto il primo strato, si trova una disperazione molto grande, che all'epoca lui non poteva esprimere, la sua personale: quella di un uomo malato, che ha faticato tanto per il suo teatro e la sua compagnia. Tra un lazzo e l'altro, riesce a essere feroce e crudele e al contempo così comico. La sua comicità è divertente e pericolosa, graffia e intrattiene».

Satira e comicità quale equilibrio ne La cucina nella lettura di Binasco? «La cucina non è intesa solo come luogo di lavoro, ma anche come metafora di società post-bellica in Wesker. Io ci ho messo la decadenza del centro storico storico di Genova, l'accumulo epocale di questa città. Siamo in una ex-fabbrica trasformata in cucina. L'umanità multietnica, per Wesker i ciprioti, qui sono arabi e gente dell'est. Nell'insieme lo sguardo p sulla ferita più lenta e nauseabonda del nostro contemporaneo, l'assenza di cura, la responsabilità che nessuno vuole più prendersi, un po' alla Schettino». Uno sguardo malinconico, una carezza su una città che ti manca vista la tua vita oltreoceano? «Sì, anche. Quando si torna il confronto è fortissimo. Le cose si vedono meglio, tutto è più nitido. Quindi sì, il mio è uno sguardo anche malinconico e dolce. Non c'è denuncia e so, che Wesker non sarebbe contento. Ma ho scelto di chiudere con il lieto fine, con un piccolo gesto di fratellanza».

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Teatro della Corte
prima nazionale
18 ottobre - 6 novembre 2016

La cucina
di Arnold Wesker
versione italiana Alessandra Serra
con Massimo Cagnina, Andrea Di Casa, Elena Gigliotti, Elisabetta Mazzullo, Aldo Ottobrino, Nicola Pannelli, Francesca Agostini, Emmanuele Aita, Gennaro Apicella, Lucio De Francesco, Giulio Della Monica, Alexander Perotto, Aleph Viola, con la partecipazione di Franco Ravera e Antonio Bannò, Giuseppe De Domenico, Noemi Esposito, Giordana Faggiano, Isabella Giacobbe, Martina Limonta, Giulio Mezza, Duilio Paciello, Bruno Ricci, Kabir Tavani
scene Guido Fiorato
costumi Sandra Cardini
musiche Arturo Annecchino
luci Pasquale Mari
regia Valerio Binasco

> orari: da martedì a sabato ore 20.30; giovedì ore 19.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.

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Teatro Duse

prima nazionale
19 ottobre - 6 novembre 2016

Il borghese gentiluomo
di Molière
versione italiana Cesare Garboli
con Valeria Angelozzi, Sara Bertelà, Filippo Dini, Ilaria Falini, Davide Lorino, Orietta Notari, Roberto Serpi, Antonio Zavatteri, Ivan Zerbinati
scene e costumi Laura Benzi
musiche Arturo Annecchino
luci Pasquale Mari
regia Filippo Dini

> orari: da martedì a sabato ore 20.30; giovedì ore 19.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.

Laura Santini

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