La cucina di Valerio Binasco: storia del nostro tempo

La cucina

La cucina © P. Caroli

Uomini e donne come ingranaggi di un grande meccanismo industriale per 24 interpreti. La miseria umana e la rabbia impotente. Fino al 6 novembre alla Corte

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Genova - Mercoledi 19 ottobre 2016

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Sminuzzano, condiscono, saltano in padella, rosolano, imbiondiscono, friggono e bollono. Preparano 2000 coperti a ritmo sincopato, scorrendo avanti e indietro da una sala invisibile a una cucina sovraesposta, come sotto la lente di ingrandimento di un entomologo. Dall'alba al tramonto, nella fatiscienza di mura (scene di Guido Fiorato), ancora pregne di un tempo industriale, 24 interpreti per altrettanti personaggi si muovono realisticamente e tragicomicamente ne La cucina di Arnold Wesker - nuova produzione del Teatro Stabile di Genova, alla Corte fino al 6 novembre 2016.

La regia di Valerio Binasco batte un tempo in crescendo per una drammaturgia scenica che vuole rendere sinfonia per attori, in un teatro d'ensemble. E ci riesce. Conteso tra l'immaginario di un set cinematografico e quello di un'opera lirica ricca di comparse, lo sciamare inarrestabile di corpi crea un brullichio febbrile ipnotico: ognuno/a si muove in verità con il suo tempo, crea una sua gestualità, è accordato/a con i costumi (Sandra Cardini) per far trapelare una propria forma di autonomia, seppur residuale. Meglio qui che in fabbrica, ricorda Dimitri, l'inserviente (Antonio Bannò), dove si è nulla di fronte a macchine, bulloni, leve - mentre lui qui costruisce una radio e aggiusta motori.

Il travestimento richiesto dalla cucina resta meno aperto all'inventività femminile, ma ha invece largo spazio tra il genere maschile a cui è permesso trasgredire, indossando anche solo una parte della propria divisa, giocando con indumenti altri, rendendola unica con berretti, fazzoletti, fasce. Solo a Monique, capo cameriera, dall'accento francese (Elisabetta Mazzullo) e a Anne, addetta a dessert e caffè (Elena Gigliotti), sono concesse eccentricità: un pantalone rosso per la prima, una minigonna leopardata che lascia esposti vari tatuaggi per l'altra. D'altra parte alle donne in questo play non è concesso molto spazio al di là dei tradizionali stereotipi - fidanzata, moglie, madre, amante, puttana. Sono ancora Mazzullo e Gigliotti, in caratterizzazioni molto autonome, a porre quanto meno la questione, rimettendo la conflittualità della loro identità al centro del discorso, prettamente maschio e machista - qualche rincalzo arriva a spizzichi e bocconi dalla Hettie di Giordana Faggiano e da Violet di Francesca Agostini.

La tensione è alta, alle stelle. Nessuno è escluso da un confronto fisico e rabbioso, gesto di sopravvivenza. L'alba che ci viene proposta è quella successiva a una rissa lontano dai fornelli tra Peter, addetto al pesce, personaggio di nazionalità tedesca (Aldo Ottobrino) e Gaston, addetto alla griglia, napoletano (Lucio De Francesco). Storiche differenze culturali e etniche fermano le relazioni umane a conflitti mai risolti e a una territorialità faziosa e belligerante. Il resto è aggravato dai fardelli specifici delle varie miserie umane, costrette nello spazio dell'attività lavorativa, senza avere né tempo né occasione di espressione con un crescendo di frustrazione, stanchezza, delusione.

Tempo andante comodo per le fasi d'ingresso dei vari personaggi che entrano alla spicciolata, soli o in coppia. Con rabbia. Allegro risoluto per l'avvio del servizio. Con rabbia. Appassionato, a quadri che aprono su storie di amori, passioni, relazioni. Con rabbia. Un punteggiare insistente rende la rabbia la vera protagonista della storia (Wesker avrebbe certo apprezzato), resa però invadente da una pressione sonora di un bel paio di decibel sopra il necessario, verso cui ogni interprete spinge le proprie potenzialità vocali.

Questa cucina è uno spaccato di mondo con le sue conflittualità sociali, storiche e culturali. Per Wesker era la fine degli anni '50, per Binasco è un generico tempo contemporaneo. La rabbia di Wesker conteneva forse ancora margini di riscatto, la rabbia messa in scena da Binasco è quella a cui assistiamo quotidianamente e non ha sbocchi. Per questo forse la licenza poetica sul finale: una carezza (Wesker non avrebbe apprezzato). L'assenza assoluta di scelte precise da parte di uno/a qualunque dei personaggi definisce un tempo povero, dello scontento, che aderisce perfettamente al nostro oggi. Ci si sfila velocemente dall'opportunità di chiarire conflitti, individuare responsabilità, capire a fondo e dunque porsi nell'ottica di risolvere. Sottrarsi, fare marcia indietro, nasconder(e)si è l'unica modalità reiterata.

Felice allora la soluzione del rallenty che ci racconta di un'illusione temporale, facendola quasi toccare, solo a monte però di una frenesia irritante: il tempo si allunga innaturalmente, offrendo movimenti singoli nella loro estensione. La scena si veste di malinconia verso appunto ciò che non può essere, ma può comunque trovare spazio nella nostra immaginazione - un lavoro corale puntuale.

Sintesi del non-senso di un tempo accelerato e incapace di riflessione è il personaggio di Massimo Cagnina, Marango, proprietario del locale: corpo estraneo in quella che è la sua cucina, sempre all'oscuro delle reali dinamiche interne (siano furti, pestaggi o altre pene), sempre solo preoccupato di una routine che non subisca arresti per malattia, incidente sul lavoro, mancanza di ingredienti o personale. Fare andare la macchina è tutto ciò che conta. Dunque, quando posto di fronte a un gesto folle e tragico grida inorridito: "Tu hai fermato il mio mondo" e si chiede, sconsolato e impotente, perché povero di strumenti intellettuali e empatici, cosa possa provocare un gesto tanto estremo, quando si ha un lavoro e un buon stipendio. Saranno silenzio e mancanza di movimento a rispondere ampiamente all'insulsa domanda: uomini e donne ora ridotti a ingranaggi immobili, quasi inceppati, mostrano in tutta la sua nudità la grande macchina industriale, votata a produrre per produrre, senza rispetto delle persone, attenzione alla qualità, verifica del prodotto, ecc.

La battuta d'arresto al ritmo colletivo è il vero finale di una storia-parabola la cui tragicità sta in quelle stesse unità di tempo, luogo e azione che ne determinano la struttura, qui assi di una gabbia che impedisce agli umani di essere individui. Scollati da questa esperienza immersiva siamo espulsi dentro le macerie provocate dalla narrazione: non ci sono sogni in questa cucina solo bisogni da soddisfare - tema sviluppato in un quadro da gioco para-televisivo condotto dal crudele Peter. Chi frigge e bolle non sono quindi gli ingredienti in padella, bensì i personaggi, alcuni meglio delineati di altri per esempio il Dimitri di Bannò, la Anne di Gigliotti, il Gaston di De Francesco, la Monique di Mazzullo, Violet di Agostini e persino, seppur con pochissime battute, il Greg di Giulio Mezza. Chi tenta di trovare sollievo nel rifugio romantico dell'amicizia e dell'amore va incontro ad altrettante disillusioni: anche i sentimenti sono sullo scaffale dei beni di consumo.

Foto di scena di P. Caroli

Laura Santini

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