Acqua di colonia: da Topolino a Stanlio e Ollio, il colonialismo italiano

Frosini e Timpano - foto L. Toro

Frosini e Timpano - foto L. Toro

Tutto il razzismo contemporaneo nello spettacolo di Timpano e Frosini. Una carrellata di fonti offerta per accumulo, nell'impossibilità di rappresentare. La recensione

 /  / 

Genova - Martedi 29 novembre 2016

Acqua di colonia è un altro spettacolo funambolicamente illuminante di Frosini / Timpano conteso tra essere (razzisti, colonialisti, eurocentrici); sapere (egemonico, astorico e notoriamente scarso tra la popolazione nessuno escluso); ignorare (moltissimo e indipendentemente da età o stato sociale). Ma dire (al bar ma anche a scuola, in politica, sui social). Che ce ne fosse un forte bisogno è affermazione in sé banale, ma è la forma di questo spettacolo a determinare un impatto emotivo forte, per una presa di coscienza a vari livelli. Non significati, non informazioni, ma illuminazioni, corto-circuiti semplici e complessi di fronte a notizie storiche, artistiche, filosofiche, politiche.

Come a dire che Daniele Timpano e Elvira Frosini - al Teatro della Tosse 24-27 novembre 2016 - non vanno solo in scena ma ci portano in scena, ci costringono sul palco e ci portano anche nel dietro le quinte. Dentro il guazzabuglio di fonti consultate, dentro lo spaesamento di certe scoperte e dentro un quotidiano che le nega e le conferma. Ci fanno sfogliare libri, giornali, guardare immagini di archivio senza neanche un foglio o un immagine sul palco. Nessun video, pochissimi oggetti di scena, una valanga di frammenti piuttosto. Ci fanno stare al bar, alla stazione, in coda alla posta ad ascoltare noi stessi, gente comune, che si confessa, tra rabbia e senso di colpa, di fronte all'ennesimo migrante che vuole vendere qualcosa. Ora discutono di come sarebbe meglio rappresentare, ora immaginano come si potrebbe meglio rappresentare, ma a rappresentare nella prima parte non si arriva mai. Solo quando la luce ci riporterà alla convenzione del teatro, quando la quarta parete sarà rialzata, allora Frosini e Timpano si travestiranno, parodiando e imitando personaggi realmente vissuti e altri che hanno colonizzato la fantasia di intere epoche: Topolino, Stanlio e Ollio, il negretto, Montanelli, Faccetta nera, Pasolini e Ninetto, Meryl Streep con il monologo de La mia Africa nel 1985 o direttamente l'autrice Karen Blixen quando scrisse quel testo nel suo memoir uscito nel 1937. Il sindaco di Affile e anche Rodolfo Graziani, Maresciallo d'Italia.

L'infausta rinascita di nazionalismi. L'innalzamento di nuovi muri. I tanti respingimenti in Europa. Gli innumerevoli naufragi. Le barricate, le frontiere, il mare nostrum: profondità marina in cui sono sprofondate tante persone - come nell'immaginario dialogo di Michele Farina pubblicato il 23 novembre sul sito del Corriere della Sera e dedicato a Maria Grazia Cutuli, giornalista del Corriere uccisa 15 anni fa in Afghanistan. Basterebbe questo per rendere Acqua di colonia inevitabile. I conti con il colonialismo, con il razzismo, con il senso di superiorità del mondo occidentale su tutto il resto del pianeta passano per una forma compilativa che definisce il processo di stratificazione senza spiegarlo. Alla fine è come aver vissuto in un'anticipazione continua per essere svegliati e scossi dal proprio stato di cecità.

Si lavora per accumulo lo fa Timpano nella prima parte con un monologo che non finisce mai "Immaginate. Immaginate per un momento l'Africa Orientale Italiana nel 1938". Lo fa poi Frosini, nella seconda parte, facendosi interprete-prodigio con un percorso a ritroso nel tempo: "Ma facciamo un passo indietro..." che dal 1936, la conquista d'Etiopia scorre l'ottocento sciorinando il numero dei morti in Eritrea e in Etiopia: "1887, altra sconfitta contro l'Etiopia, a Dogali, 500 morti italiani, i 500 di Piazza Cinquecento a Roma, la stazione Termini". E qui può cogliere, quella vertigine improvvisa, che ci vede percorrere vie, strade e piazze intitolate a generali e capitani, ma anche a soldati semplici che la vita l'hanno persa seguendo ideali imperialisti. Ognuno avrà il proprio ravvedimento in un punto o nell'altro della serata o, forse, sorriderà compiancente alla wunderkammer di parole, che ribalta e ripensa in una composizione quasi solo di parole l'atlante di Warburg.

Di "un passo indietro" dopo l'altro si arriva al 1492 e giù giù fino ai "Longobardi, 568 dopo Cristo, l'ultima razza con la quale ci siamo mescolati, noi italiani" per approdare alla preistoria: "Neanderthal, 4.000 anni fa, cioè l'Homo Sapens dall'Africa viene in Europa e fa fuori Neanderthal".

Questa però è già la seconda parte dello spettacolo, quella da cui prende il titolo, è della prima però, Zibaldino africano, che c'è ancora una scelta estetico-concettuale da non sottovalutare. Un elemento apparentemente altro che però occupa un punto preciso della scena per tutta la durata della prima parte. L'ospite. Definito nella prima didascalia: "[…] Sulla sinistra, alle nostre spalle, in disparte, una sedia piccola, scolastica, di quelle delle elementari o dell'asilo. Seduto sulla sedia, un 'negro'. […] Mentre il pubblico entra in sala, il 'negro' non dice una parola. Non ci conosce, non lo conosciamo, non è un attore, né conosce lo spettacolo". Attraverso questa figura, inchiodata sul palco, su quella minuscola sedia, mentre Frosini e Timpano scorazzano a destra e a manca, ecco si vive un'esperienza neo-colonialista. Ce n'era, ce n'è bisogno? Sì, certo. Ma è doloroso. Diventa un chiodo fisso piantatoci dentro, uno sguardo loquace anche se zittito o magari non rivolto al pubblico direttamente. Un monito: nessuno è esente da colonialismo e razzismo, nessuno può dirsi estraneo perché il terreno culturale da cui emergiamo ne è di per sé imbevuto. Neanche gli artisti dunque lo sono e intendono denunciarlo così.

Nelle parole di Daniele Timpano: Ce n'era, ce n'è bisogno? «Noi assolutamente pensiamo di sì. Per non raccontarcela da soli senza credere di non stare raccontandocela. Per relativizzare le cose che diciamo. Per mettere in scena l'oggetto del discorso cui si nega un discorso, perché ad un certo punto del lavoro ci siamo sentiti che nel bene o nel male stavamo facendo la stessa cosa che fanno gli altri: parlare al posto degli altri, arrogarci il diritto di parola. E allora meglio farlo vedere». L'effetto cambia di sera in sera, perché ogni ospite, il/la 'negro' che può anche essere semplicemente un/a migrante di provenienza altra, reagisce in modi diversi. Nelle repliche genovesi si sono succeduti sul palco: Eleny Mulugheta, Alberto Lasso, Idil Fossa e Medhin Ghebresellassie.

La seconda sera, per esempio, sulla minuscola seggiolina sedeva Alberto Lasso, che riflette così sullo spettacolo: «Ogni spettatore ha un proprio rispettabilissimo punto di vista: mentre il più sempliciotto riderà delle gustosissime maschere di Acqua di Colonia senza attivare o disattivare l’imperfetto circuito di senso di colpa/indifferenza/repulsione verso “l’ex-colonizzato” più volte evocato in scena; l'osservatore più sofisticato sorriderà dell'infamata "alta letteratura specializzata” e andrà ad arricchire la propria bibliografia dedicata ai temi dell’immigrazione e del post-colonialismo una volta uscito dalla sala. Sebbene semplicistico, più che quello tra colonizzatori e colonizzati, è proprio questo contrasto tra pubblici quello che meglio evidenzia l’alto tasso provocatorio dell’ultima produzione firmata Frosini/Timpano. […] Della doppia negazione dell' “ospite immigrato”, che durante la prima parte dello spettacolo viene volutamente piazzato e zittito sul sacro e privilegiato spazio del palcoscenico, si potrebbe e dovrebbe discutere a lungo. Forse, […] bisogna che lo spettatore si armi di una buona dose di ironia e autoironia per leggere i molteplici significati sia della prima ed evocativa che della seconda e vorticosa parte di Acqua di Colonia. Uscire da certe torri d'avorio non è cosa semplice… Vogliamo anche solo affacciarci dalle loro eburnee finestre? Concludo le mie osservazioni commentando in quanto parte integrante delle numerose fonti immigrate consultate e ospitate da Frosini/Timpano. Lo spettatore più radical-chic può anche non percepirlo (o non saperlo) ma la "voce dell'altro" spesso si sente ma non ha suono. Proprio come accade sul palco, di fronte alla battuta o invettiva più feroce, il negro di turno tende a esprimere il proprio sbigottimento (e nel mio caso anche la propria compassione) attraverso uno sguardo silente ma non per questo meno attento o forte. Cosa altro si può fare senza diventare retorici quando là fuori, sull'autobus, al bar o su Facebook, le invisibili entità immigrate non vengono raccontate da buoni e cattivi ma da cattivi e buonisti?».

Uno spettacolo da non perdere, per farsi delle domande, per riattivare lo sguardo e recuperare prospettiva sulle forme di convinvenza o non convivenza.

L'ospite, Frosini e Timpano - foto L. Toro

Laura Santini

© Copyright mentelocale.it
vietata la riproduzione

Spettacoli Teatro