Palo. Incrocio. Traversa! Il programma della rassegna al Kowalski

Palo. Incrocio. Traversa! Il programma della rassegna al Kowalski

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La serie di incontri dedicata al mondo del pallone e alla letteratura. Ecco di cosa parlano i tre appuntamenti in programma

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Genova - Mercoledi 15 febbraio 2017

ll blog Pagina2Cento.it, il ristorante e pub dall’est Europa Kowalski e la libreria Falso Demetrio organizzano la rassegna Palo. Incrocio. Traversa!, una serie di incontri dedicati a calcio e letteratura. Esperti, scrittori, appassionati, giornalisti e semplici curiosi avranno la possibilità di confrontarsi sul mondo del pallone. Ecco il programma completo.

28 febbraio 2017, Kowalski (via dei Giustiniani 3 - Genova), ore 19.30
Presentazione di 91° minuto di Giacomo Giubilini (Minimum Fax, 2016). Partecipa l’autore.
Modera: Simone Tallone di Pagina2cento.it

Un libro sul calcio, sullo sport più bello del mondo e sui suoi eroi, ma anche un’inchiesta su cosa muove realmente quella palla che carambola tra i piedi dei calciatori. Giacomo Giubilini allarga il nostro sguardo fuori dai campi da gioco per svelarci come funziona un’industria globale che fattura miliardi. Lo spettacolo del calcio viene mostrato come lo strumento più forte di costruzione del consenso per noi che siamo, di volta in volta, tifosi, consumatori, spettatori o semplici target. Immersi in un universo in cui tutti questi piani si mescolano, possiamo restare fedeli alle nostre mitologie, da quelle romantiche dei primi campioni a quelle ipermoderne di un David Beckham che apre le Olimpiadi di Londra del 2012 negando la sua stessa esperienza sportiva. 91° minuto è un’ambiziosa e meravigliosa opera-mondo con cui Giubilini ci svela l’essenza del calcio contemporaneo e perché lo amiamo ancora così tanto.

21 marzo 2017, Kowalski (via dei Giustiniani 3 - Genova), ore 19.30
La vita è un pallone rotondo
di Vladimir Dimitrijevic (Adelphi, 2000)
Dialogo rosso-blucerchiato sul mondo del futbol
Ne parliamo assieme a Stefano Rissetto (giornalista e scrittore) e Matteo Macor (giornalista di Repubblica e Gazebo). Modera Giulio Nepi (di PapilleClandestine.it).

Il calcio pone questioni assai ardue, che forse per la loro intrinseca difficoltà vengono spesso evitate – o mal risolte – nei libri. Per esempio: qual è il limite che accomuna calciatori come Pelé e Platini? Perché Beckenbauer è qualcosa di simile a un epigono di Paul Valéry? Perché questi tre esimi calciatori non reggono il confronto con Diego Armando Maradona? Perché alla finale Brasile-Italia di USA ’94 è mancata l’aura che in genere caratterizza tali cerimonie planetarie? Qual è la colpa esasperante di Helenio Herrera? Quali sono i danni del «calcisticamente corretto»? Per quale maledizione i giocatori brasiliani non sono più capaci di segnare goal «accarezzando la palla»? A cosa si deve la «sclerosi democratica» che annichilisce le partite nella paura e nella noia? E infine: è in grado il calcio, «il re dei giochi», di sopravvivere all’epoca della sua riproducibilità televisiva? Soltanto un uomo temerario e inclassificabile come Vladimir Dimitrijević poteva affrontare questi temi senza batter ciglio. Tanto più che fu grazie al calcio (era un promettente centrocampista) se, dopo un’avventurosa fuga dalla invivibile Iugoslavia degli anni Cinquanta, Dimitrijevic riuscì a ottenere un permesso di lavoro in Svizzera. Un permesso che gli consentì in seguito di fondare la casa editrice L’Âge d’Homme e di pubblicare molte meraviglie della cultura slava moderna, nonché autori improbabili ed essenziali come Albert Caraco.

10 aprile 2017, Kowalski (via dei Giustiniani 3 - Genova), ore 19.30
L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra
di Gigi Riva (Sellerio, 2016). Partecipa l’autore. Modera: Matteo Canepa di Pagina2cento.it

Nella tragica e violentissima dissoluzione della Jugoslavia un calcio di rigore sembrò contrassegnare il destino di un popolo. Un penalty divenne nei Balcani il simbolo dell’implosione di un intero Paese, e dei conflitti che sarebbero seguiti di lì a poco. Intuendo la complessità di un evento che sembrava soltanto sportivo, Gigi Riva racconta con attenzione da storico e sensibilità da narratore un tiro fatale, sbagliato il 30 giugno del 1990 a Firenze da Faruk Hadžibegić, capitano dell’ultima nazionale del Paese unito. La partita contro l’Argentina di Maradona nei quarti di finale del Mondiale italiano portò all’eliminazione di una squadra dotata di enorme talento ma dilaniata dai rinascenti odi etnici. Leggenda popolare vuole che una eventuale vittoria nella competizione avrebbe contribuito al ritorno di un nazionalismo jugoslavista e scongiurato il crollo che si sarebbe prodotto. Proprio per la sua popolarità il calcio è sempre servito al potere come strumento di propaganda. Basti pensare all’uso che Mussolini fece dei trionfi del 1934 e 1938, o a come i generali argentini sfruttarono il Mondiale in casa del 1978, durante la dittatura. Oppure, ai giorni nostri, a come lo Stato Islamico abbia deciso di colpire lo Stadio di Francia durante una partita per amplificare il suo messaggio di terrore. Ma si potrebbe sostenere che in nessun luogo come nella ex Jugoslavia il legame tra politica e sport sia stato così stretto e perverso. Attraverso la vita del protagonista e dei suoi compagni (molti dei quali diventati poi famosi in Italia, da Boban a Mihajlović, da Savićević a Bokšić, da Jozić a Katanec), si scopre il travaglio di quella rappresentativa nazionale e del suo allenatore Ivica Osim, detto «il Professore», o «l’Orso». Nelle loro gesta si specchia la disgregazione della Jugoslavia e la spregiudicatezza dei suoi leader politici, che vollero utilizzare lo sport e i suoi eroi per costruire il consenso attorno alle idee separatiste. In questo senso il calcio è stato il prologo della guerra con altri mezzi, il rettangolo verde la prova generale di una battaglia. Non a caso si attribuisce agli scontri tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado il primato di aver messo in scena, in uno stadio, il primo vero episodio del conflitto. Ed è nelle curve che sono stati reclutati i miliziani poi diventati tristemente famosi per la ferocia della pulizia etnica a Vukovar come a Sarajevo. Per il loro valore emblematico le vicende narrate, risalenti a un quarto di secolo fa, sono ancora tremendamente attuali. E non è così paradossale scoprire in esergo a queste pagine le parole beffarde che Diego Armando Maradona rivolse all’autore: «Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria».

26 maggio 2017, Kowalski (via dei Giustiniani 3 - Genova), ore 19.30
Presentazione dei racconti vincitori del concorso letterario Il calcio in piazza.

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