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Matteo Casari
 

Latte +? No, Milk

 
Continua il viaggio nella musica genovese. La parola a Matteo Casari, anima e braccio del locale di Mura delle Grazie. Di Marco Giorcelli
 
   

     
28 gennaio 2004
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Tranquilli, è solo un iperbole: al Milk, (circolo Arci in via Mura delle Grazie 25), non ci troverete nessun eccesso da Korova milk bar e nemmeno drughi dalle brutte facce, al massimo qualche sguardo annebbiato dall'alcool e dai decibel che non mancano mai.
Ci troviamo di fronte ad un locale genovese che propone serate di primissima qualità, concerti di ogni genere (sempre in ambito rock o elettro) e dance-floor raffinati. Abbiamo intervistato Matteo Casari, uno tra i pochi mentori (perlomeno nelle serate indie) di questa piccola "isola felice". Nonostante i venticinque anni, Matteo vanta un curriculum tutt'altro che indifferente. Diciamo che di professione è studente di architettura anche se in realtà lo troviamo molto più appassionato in disegni web, produzioni discografiche (sua la ), musicista eclettico già nei Lo-fi Sucks!, Cary Quant e attualmente al lavoro con i Blown Paper Bags. Oltre a curare la stagione indie del Milk, trova il tempo per fare il tour manager di band in giro per l'Italia.

Matteo sai già cosa vuoi fare da grande?
«Vorrei trovare la capacità di sintetizzare tutte le esperienze che sto maturando in questi anni, dalla musica alla grafica, dagli studi ai ragionamenti. Vorrei poter avere un guadagno anche economico dai miei sforzi. C'è chi, a pochi isolati da noi, è riuscito in due decenni di gavetta e compromessi a costruirsi molta credibilità e un festival internazionale musicale, io mi accontenterei di molto meno. Semplicemente la fiducia di uno zoccolo consistente di pubblico che sappia che alle nostre serate puoi andare e goderti uno spettacolo degno. Insomma chiedo solo un pubblico curioso e attento a certe attitudini che possa facilitare non solo uno sviluppo del "mercato" locale ma anche della produzione artistica».

Come va questa seconda stagione al Milk e soprattutto, perché o per chi lo fai? Riesci a camparci?
«Il punto non è camparci, ma pareggiare. La vittoria è nel riuscire a tenere la barca a galla. Perché dimostri a te stesso e agli altri che c'è gente interessata e curiosa pronta a seguire e discutere le tue scelte. Tra il pareggio e il guadagno, ci sta la comunicazione. Il nostro problema è avere o riuscire a sfruttare i canali giusti per arrivare a quella percentuale di persone potenzialmente interessate. Riportare la gente dentro i club, spendendo anche molto poco, pare impegno utopico... Per chi lo faccio? Per quelli sulle cui facce, mentre escono a fine concerto, leggo il piacere e il divertimento. E sono tanti. Facciamo che chi è curioso viene a parlarmi al locale, un paio di minuti prima della fine del concerto posso mostrare cosa intendo per "soddisfazione"».

Chi cura e come viene gestita l'organizzazione delle serate al Milk?
«Il locale ha una programmazione ben definita scelta dai soci fondatori. Copre, credo bene, molte e diverse possibilità dell'intrattenimento indipendente. Lavora molto sul target. Il mercoledì c'è la serata dedicata agli studenti Erasmus e a chi abbia voglia di scambi extra-nazionali. Il giovedì, la serata è in mano nostra: il target andrebbe dall'universitario curioso e annoiato, all'amante di certi tipi di sonorità, al collezionista di dischi e simili... Il venerdì c'è la serata trash, che mira a portare quel divertimento non edulcorato che ti spinge a ballare qualsiasi cosa dalla disco alla colonna sonora di Fantozzi al peggio del pop internazionale... Il sabato il target prevede un ampliamento verso i più piccoli, niente zecchino d'oro, ma sonorità legate al rock che non disdegna i passaggi su Mtv (dal britpop in poi)».

E' vero che a Genova viene tendenzialmente sempre poca gente ai concerti "indipendenti"?
«Questa è una provocazione. Il problema come dicevo è solo di cattiva comunicazione. E mancanza di curiosità. Se io ascolto certi suoni e finisco in una città che non conosco la prima cosa che faccio è cercare quei piccoli segnali di comunicazione delle nicchie a me affini, locandine, volantini, negozi, persone, Internet. Se sono curioso troverò la maniera di mettermi in contatto con quelle realtà. A Genova, ma non solo, la gente preferisce la vita di gruppo, le Erbe, il Moretti, la birra in compagnia. Ed è ovvio che le compagnie schierate totalmente all'interno di certe nicchie ben definite sono molto poche. Così anche quei pochi curiosi interessati finiscono poi per venire trascinati a prendersi una birretta nel locale appena aperto, piuttosto che nella latteria sotto casa, o peggio, in casa in pantofole davanti alla televisione».


di Marco Giorcelli

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Tutte le foto sono di Federico Tixi
 
 
 
 
 
 
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