Più di tre anni fa, la protagonista di questa storia - che chiamaremo Clara, nome tipicamente medievale - acquista un fondo in pieno centro storico di Genova, forse con l'intento di andarci ad abitare, forse con quello di aprirci, chissà, un esercizio commerciale. Ma appena entra nel fondo si trova davanti a montagne di detriti. Tonnellate di rumenta. «E cosa ne facciamo di tutta sta rumenta?», immagino l'esclamazione. La mesta risposta sarà stata: «Tocca levarla...». Inizia così una
lunga opera di recupero per liberare i locali del fondo da strati secolari. La fatica è tanta, ma ogni tanto vengono fuori cose curiose: un pinza da panettiere che sembra molto vecchia, grate di ferro battuto, assi di legno malandate, che che a occhio e croce hanno anche loro secoli di vita. Vuoi vedere che...
A un certo punto esce allo scoperto un vecchio forno; sotto diversi strati si scopre il pavimento a mattoni originale. La curiosità aumenta, la passione del recupero anche. Si fanno ricerche. Il luogo era un
ritrovo di Alabardieri nel Medioevo, poi refettorio di un monastero, nel Settecento divenne panificio del popolo, infine, all'inizio del Novecento, un forno. Dagli anni settanta era abbandonato.
Nella testa di Clara e dei suoi soci cresce la consapevolezza del patrimonio storico e culturale rimasto sepolto per troppo tempo. Portare tutto via per far posto ad un'attività qualsiasi assomiglia sempre di più ad sacrilegio. Forse sarebbe bello continuare con il forno, vista la tradizione. Ma alla fine vince l'idea di avviare una taverna, la
Taberna degli Alabardieri.
Beh, diciamo subito che non è andato proprio tutto così. Di sicuro c'è che Clara non si aspettava di trovare un patrimonio simile quando ha comprato il locale. E anche che ha trovato un sacco di cose, dagli attrezzi ai lavelli, dalle travi alle grate, con cui ha allestito praticamente tutta la taverna. Ci sono voluti tre anni, ma alla fine ce l'ha fatta. Dal 5 dicembre 2003, la Taverna è aperta, all'angolo
tra vico Vegetti e Vico Alabardieri. Il primo test è stato il capodanno genovese -
Dancing in the stretto - durante il quale ha collezionato i primi apprezzamenti. Il risultato è veramente ammirevole, anche perché i lavori sono stati eseguiti da amici e parenti volontari, che non avevano mai ristrutturato nulla prima di allora. L'ambiente è caldo, la luce soffusa, il forno crepitante vicino all'entrata. Le stanze sono numerose (molte sono state "trovate", come già accadde alla
Bottega del Conte). Una di queste è la cisterna del palazzo, che sprofonda per più di 12 metri. Clara & company l'hanno soppalcata: lì organizzano serate per concerti, rigorosamente unplugged, in un'atmosfera molto intima. Il menù offre
molte cose da mangiare e da bere, dalle focacce al formaggio ai primi piatti, di buona qualità e a
prezzi onesti (birra media 4 Eu, focaccia al fomaggio 3 Eu). Due piccoli appunti: la birra servita nei bicchieri da cocktail (tipo mojito) è una cosa per cui un bevitore appassionato potrebbe avere un attacco di epilessia. Non bisogna entrare nel locale con necessità impellenti, tipo bere o mangiare, perché le cose si fanno con calma. Piccoli nei - senza dubbio riparabili - di un'impresa riuscita bene.
All'uscita Clara ci fa notare una stele appesa allo stipite dell'entrata, «è la stele dell'immunità, un altro oggetto trovato qui. Probabilmente appartiene all'epoca in qui c'era il monastero». Faccio una foto alla stele, saluto e ringrazio Clara e l'armatura che presidia l'ingresso, poi riprendo Vico Vegetti. Mentre vado giù e guardo i portoni penso: «Chissà che c'è qui sotto. Magari un fondo tutto da scavare...».