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C'ERA UNA VOLTA IL ROCK
di Riccardo Storti


20/05/2012
UT (E NON SOLO) QUARANT’ANNI DOPO…
Sul finire del 2011, Gianni Belleno e Maurizio Salvi hanno dato vita ad un sodalizio musicale che riparte – per ora – da una rivisitazione di una particolare fase della carriera dei New Trolls. E non è un caso che i due ex componenti dello storico gruppo genovese abbiano voluto denominare la loro creatura come un album uscito proprio 40 anni fa: UT. A completamento della sigla, UT è acronimo di “Uno Tempore”, seguito dalla didascalia “L’anima prog dei New Trolls”.
Siamo di nuovo al cospetto di un ulteriore capitolo di quella storia infinita seminata di litigi, reunion, spin-off e polemiche a distanza (anche tra i fan)? L’appiglio potrebbe scatenare curiosità – a dire il vero – piuttosto improduttive e che non porterebbero a nulla. Rimaniamo ai fatti e in musica i fatti si chiamano dischi, CD, concerti e altra materia sonante.
Il 15 maggio la label milanese Immaginifica ha pubblicato Live in Milano ovvero il concerto tenuto dagli UT Uno Tempore presso il Teatro Smeraldo lo scorso 30 marzo. Sul palco, oltre a Belleno e Salvi, Andrea Perozzi alla voce solista e alle tastiere, Claudio Cinquegrana alla chitarra e Fabri Kiareli al basso.
Il repertorio prevedeva la quasi integrale riproposizione di UT (ad esclusione di Storia di una foglia), una hit dal “Punto Interrogativo” (L’amico della porta accanto), due composizioni da Searching for a land (Lying here e Bright Lights), un inedito (Introitus infernalis) più la prevedibile clausola con l’Allegro dal Concerto Grosso per i New Trolls. Stando alla scaletta, non ci si sposta dal 71-72-73, triennio per la storia dei New Trolls, segnati dalla svolta neoclassica in direzione di un prog sempre più in linea con le tendenze europee.
Ascoltando il CD, la forza performativa degli UT comunica e risulta piacevole. Alcune composizioni assumono maggiore nitore rispetto all’originale: mi riferisco al tessuto armonico riportato alla luce dalle sospensioni di C’è troppa guerra (notevoli gli aggiustamenti in sede di arrangiamento). Pregevole lo sfruttamento degli spazi improvvisativi insiti in Lying here, Bright lights e I cavalieri del lago dell’Ontario, vivacizzati soprattutto dalle tastiere di Salvi (pianoforte, organo Hammond e sintetizzatore). La chitarra di Cinquegrana mostra un’indubbia agilità (di metallica esperienza) soprattutto negli assoli di Paolo e Francesca  e Nato adesso. Sulla voce di Andrea Perozzi, proviamo a superare il giochetto della clonazione con il timbro di Nico Di Palo; certo, le similitudini si spercano, anche perché il vocalist degli UT Uno Tempore si trova a dovere reinterpretare quelle “inconfondibili” canzoni, segnate dall’ugola di Di Palo (ma, attenti, perché Lying here su Searching era interpretata da Vittorio De Scalzi). Però il tratto personale c’è e va colto proprio in una marca capace di declinare il falsetto su un crinale più da cantante black con una sensibilità prossima all’hard rock. Consideriamo la rilettura di Chi mi può capire: in certi vertici “acuti” ho ripensato a Stefano “Lupo” Galifi del Museo Rosenbach e a Murray Head, il Giuda di Jesus Christ Superstar.
Una parola sull’Introitus infernalis, piccola crestomazia stravinskiana basata su citazioni da La sagra della primavera e da L’uccello di fuoco e corrobarata da felici inserti ritmici di estrazione rock alla Emerson Lake and Palmer, grazie al tocco hammondistico di Salvi.   
Timbricamente fredda, invece, la chiusura affidata all’Allegro del Concerto Grosso: remake preciso ma ingessato, visto che – per oggettive necessità – il calore e il colore degli archi sono stati affidati al comparto tastieristico con un risultato discutibile. Efficace solo per i titoli di coda.
Live in Milano è la fotografia di un album (e non solo) 40 anni dopo, con tutte le rifiniture del caso e del tempo: una buona occasione per ritrovare dettagli in attesa di sviluppi originali; magari partendo proprio da quell’Introitus infernalis, con un’ulteriore riverniciatura – che so… - di A Land To Live A Land To Die e Innocenza esperienza. Non avrebbero affatto sfigurato nel menu discografico dello Smeraldo…
© Riccardo Storti


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13/05/2012
PESCIOLINI, CILIEGINE E NINNENANNE
Fabrizio Fedele, ex chitarrista degli Osanna di Lino Vairetti, si ripropone con un CD di breve durata (4 pezzi) ma di intensa densità. Non da solo, però: in coppia con il bassista Davide Sorrentino. Questo loro Ashes 1989 (Part 1), edito nel 2012 dalla label Materia Principale, non è altro che una reprise di composizioni elaborate dal duo circa 22 anni fa. Nessuna nostalgia, bensì, semmai, un “dove eravamo rimasti” ben attualizzato da un sound veracemente contemporaneo tra jazz-rock, funk e crossover. A sostenere Fedele e Sorrentino, Sergio Scaletti alla batteria, Pino Ciccarelli al sax e Fabio Renzullo alla tromba.
Se proprio dovessi ricondurre questo lavoro a qualche referente del passato, inarcherei il mio giochetto mnemonico proprio a oltre 20 anni fa, quando un chitarrista di antico pelo pubblicò un disco – almeno per me – memorabile: mi riferisco allo stupendo Charming Snakes di Andy Summers, già non più Police da almeno un lustro. Ebbene, nell’opener First oriental composition si respira quell’aria tersa e serena. Una fusion che sa il fatto suo senza strafare. Con Cerasa invece, dalla tromba di Renzullo alle softerie riverberate della sei corde di Fedele, veleggiamo tra il Windham Hill sound e il Pat Metheny di Letter from home (e che anni sono?...).
Piacevolissima la cover dei Cure Lullaby, dotata di una curiosa sezione ritmica che pare mimare alle ambigue sinuosità battistiane di Un uomo che ti ama (e ditemi che non è vero? Il binomio meriterebbe un bel mash-up da parte dei due sodali. Chissà se mi daranno retta?). Ma il divertissment è tutt’altro che stucchevole o pretenzioso, grazie soprattutto al provvidenziale aggiustamento conferito dalla necessaria modulazione di turno.
Finale a tinte scure con le chitarre semigrunge di Fish market, track vivacizzata da una convincente iteratività tematica e da interventi melodici “cantati” dagli strumenti solisti (tromba davisiana plus Stratocaster alla Stern… che dialogo).
La dicitura “Part 1” ci consiglia di aspettare le altre portate. Per ora, non ci possiamo lamentare: antipasto lauto e di innegabile qualità. Avanti con i primi…
© Riccardo Storti


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06/05/2012
UN DISCO DAGLI SPIGOLI VIVI
Per gli appassionati di progressive, la sigla Thinking Plague rimanda subito ad una delle espressioni più compiute dell’avantgarde rock. Tanto per intenderci, questa band di Denver, dagli anni Ottanta ad oggi, ha dato alle stampe un bel po’ di dischi infarciti di lasciti musicali dalla disparata provenienza con acute propaggini radicate sia nel jazz, sia nel repertorio contemporaneo. Rock In Opposition? Sulla carta (pentagrammata) diremmo di sì, se non fosse che gli stessi componenti non amino troppo gli accostamenti con gli Art Bears e gli Henry Cow – tanto per fare due nomi… Eppure…
Tale mistura virtuosa è riconfermata nel lavoro più recente, Decline and Fall, pubblicato dalla label americana Cuneiform nel 2011.
Per niente facile addentrarsi nel mare magnum di ritmi claudicanti e armonie dissonanti. Musica dagli spigoli vivi e taglienti: basta smarrire la concentrazione del passo per rischiare una bella ferita lacero-contusa al nostro paziente spettro acustico. Chi li conosce, lo sa. E non li evita (i Thinking Plague).
D’altra parte lo spettacolo sonoro a cui ci si sottopone resta indubbiamente affascinante e foriero di esaltanti collegamenti. La processione barbara di Malthusian Dances mette d’accordo lo Zappa più radicale di Ship Arriving Too Late to Save a Drowning Witch con i Gentle Giant dei contrappunti vocali. Proprio le arditezze canore, generate e animate dal versatile talento di Elaine Di Falco, rimandano il compassato ascoltatore italiano allo Stratos solista, appena si passa al gioco delle sovrapposizioni.
Il “quasi rock”, dalle sfaccettature crimosoniane, di Sleeper Cell Anthem pone il gruppo a confrontarsi con la forma canzone, subito sovvertita dalle urgenze avanguardistiche della lunare A virtuose man e di The Gyre, vera sintesi – quasi ideale – dei “ritorni” formativi della band. Si resta sospesi tra sezioni ritmiche memori del duo Wetton-Bruford, pianismo novecentesco, strascichi elettronici minimalisti e volute fiatistiche di uno Stravinskij convertito al jazz atonale.
Ed è un piacere scorgere, ogni tanto, un “lirico” mellotron anni Settanta tra i salti di dinamica della conclusiva Climbing the mountain: protagonista sempre la voce della Di Falco, ma quali chiaroscuri ci regalano il sax di Mark Harris e la chitarra di Mike Johnson? Una polifonia di sana modernità disseminata di momenti cameristici e gravi voragini darkeggianti.
Alla fine possiamo scomodare il termine “capolavoro”? Sì, anche se ci ci può fare male…
© Riccardo Storti    


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30/04/2012
HOSTSONATEN. UN POEMA SINFONICO PROG
Verso la seconda metà dell’Ottocento, sorse una tendenza musicale – in ambito classico – tesa a trasferire la narratività di determinate opere letterarie (ma non solo…) all’interno di un quadro compositivo sinfonico. Era nata la musica a programma, quella generata dalle cosiddette occasioni extramusicali che questi signori – in primis Franz Liszt – chiamarono “Symphonische Dichtung” ovvero poema sinfonico.
Volendo (ma soprattutto ascoltando), il concept album (in voga a forma di medley negli anni Settanta) è il discendente di questa nobile forma e gli esempi si sono perpetuati all’interno della produzione progressive fino ai giorni nostri.
Ora, l’ipercinetico Fabio Zuffanti di Hostsonaten è approdato consapevolente da queste parti. Che ha combinato? Ebbene, si è appropriato di un classico della letteratura romantica britannica – la celeberrima Ballata del vecchio marinaio di Samuel T. Coleridge -, ne ha fatto “libretto” da cantare per un Cd annunciato – ambiziosamente – come prima parte. Non si scherza. Così The rime of the ancient mariner. Chapter One (AMS/BTF, 2012) si presenta, prima di tutto, alla stregua di un lavoro di svolta per gli Hostsonaten che, partiti dalla tetralogia delle quattro stagioni, sono giunti ad un’elaborazione concettuale molto più complessa, quasi severa.
L’attitudine al descrittivismo, già attiva nei primi album, arriva ad una solida maturazione con questo nuovo lavoro, grazie alla pietra angolare del testo. E perché, sotto una certa ottica, si ricollega concettualmente ai moduli classici della musica a programma?
Basta partire dal Prologue per sincerarsene: un’ouverture in riva al mare, cadenzata dalle terzine in progressione modulate dal sintetizzatore, quasi ad imitazione del cangiante movimento delle onde (ma Zuffanti avrà mai ascoltato La grotta di Fingal di Mendelssohn?). E, come nella migliore tradizione del simbolisimo sonoro, a 2’59” la band enuncia subito il motivo lirico portante, quello su cui varieranno voci, armonie e compagnia cantante per tutta la durata del disco. L’anima del disco. Berlioz la chiamava idée fixe, Wagner Leitmotiv.
Poi, questo poema sinfonico progressive, muta in melodramma, ma, secondo una chiave, per cui la denominazione “rock opera” starebbe stretta e sarebbe fuorviante. Un “operatic rock”, forse, che, lambisce, nell’idea strutturale, proprio The lamb lies down on Broadway dei Genesis (tanto per dare un minimo di coordinate).
Appunto, le voci: quella lirica votata al pathos poetico di Alessandro Corvaglia (accompagnata nella seconda traccia da Carlo Carnevali); e poi, un’altra duplice variante maschile: il virtuosismo hard dal lancio acuto di Marco Dogliotti e quello più vibrante di Davide Merletto (Daedalus e Jesus Christ Superstar). Il timbro femminile è affidato alle delicate corde di Simona Angioloni. Una tavolozza completa che ben si fonde con l’affiatamento di un comparto strumentale eterogeneo ma simbiotico: le tastiere orchestrali di Luca Scherani, la chitarra di Matteo Nahum (da brivido l’assolo – insolitamente heavy - in Prologue), la batteria di Maurizio Di Tollo, il violino di Sylvia Trabucco, il flauto di Joanne Roan e i fiati di Edmondo Romano.
The rime of the ancient mariner. Chapter One non è affatto una stazione d’arrivo ma una premessa e, speriamo, una promessa. Quest’ultima proverò ad estorcerla bonariamente a Fabio Zuffanti, magari con un piccolo presente: i Principi di orchestrazione di Nikolaj Rimskij Korsakov. Una lettura necessaria che, in simili mani, potrebbe offrire ulteriori e (in)aspettati frutti...
© Riccardo Storti   


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22/04/2012
SPETTRI FIORENTINI IN VIA DEL CAMPO

Gli Spettri: una di quelle band della periferia rock italiana degli anni Settanta e per “periferia” intendo il luogo più lontano dal “centro” discografico. Attivi nella Firenze beat, gli Spettri raccolgono componenti che si avvicenderanno nelle line-up di altre band cittadine (La Verde Stagione, Campo di Marte e Bella Band) per poi trasformarsi negli anni Ottanta in Dennis and the Jets.

Ma torniamo ai primordi. Alla fine del decennio flower power, gli Spettri subiscono il fascino del vento hard-psych-protoprog proveniente dal mondo anglosassone, quindi, come altri complessi del panorama nazionale, si buttano a capofitto in questo nuovo territorio – almeno qui da noi – vergine. Tra 1970 e 1971 danno vita ad una suite in cinque movimenti (introduzione più 4 parti) dal plot piuttosto suggestivo: è la storia di un uomo che, deluso dalla triste decadenza contemporanea, decide di cercare valori alternativi attraverso una seduta spiritica, quindi interrogando orde di trapassati; il viaggio allucinante sfocerà in una condanna alla pazzia per il protagonista.

Gli Spettri avranno modo di registrare nella loro “cantina” l’opera e la scelta della data calza a pennello (venerdì 13 ottobre 1972). Il reperto è rimasto su nastro fino a quando, dopo quasi 40 anni, è giunto nei caruggi di Via del Campo. Nella fucina della Black Widow Records si sono messi sotto per la ripulitura e via. Oggi, quella seduta di registrazione è un album a pieno titolo e un’ulteriore testimonianza sonora del sottosuolo musicale storico italiano.

Da un primo ascolto, ci accorgiamo che gli Spettri erano, prevalentemente, un ensemble combattuto tra blues e hard rock ma dedito a moderati sviluppi compositivi progressive. Ogni brano fa leva e si eleva sull’architrave solida del riff di chitarra (spesso doppiato dall’organo Hammond). È lì che scorgiamo in modo evidente il DNA anglosassone: Stare solo richiama quello di Blood of the sun dei Mountain; in Medium emergono similitudini con In-A-Gadda-Da-Vidda degli Iron Butterfly; Incubo riprende il rilassamento blues di Child in time dei Deep Purple, pur sulla base ritmica schizofrenica di uno swing acido presto convertito in un bolero darkeggiante. L’affresco derivativo è completato da soluzioni timbriche e ritmiche desumibili dai Black Sabbath, High Tide, Spirit, Ten Years After e – nelle parti più acustiche – Traffic (Essere).

Più interessante, invece, il legame con il panorama italiano. Precisiamo che – dato l’anno di creazione della suite – gli Spettri, rispetto ad altri soggetti, partono alla pari, quindi sono testimoni di una sensibilità comune. Questo per sottolineare che nel reperto si percepisce la stessa atmosfera di manifestazioni discografiche coeve (cito – proprio per trasmettere l’idea – In the beginning della Nuova Idea, i New Trolls di Nella sala vuota, i Trip di Caronte e Il Rovescio della Medaglia de La Bibbia). In più, merita una segnalazione peculiare il vocalist Ugo Ponticello, dal timbro blues aggressivo: il mio pensiero è corso subito ad Alvaro Fella dei Jumbo. Una somiglianza felicemente impressionante.

 

© Riccardo Storti

 



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16/04/2012
IL PAPA FA PROG (E NON LO SA)
Ascoltavo ieri sera un gruppo. Uno dei tanti, e avevo gli occhi gonfi di stupore nel sentire: “Cari fratelli e sorelle che mi ascoltate da Roma e dal mondo intero…” Ebbene, sì. Papa Ratzinger nel bel mezzo di un brano prog. La canzone è Darkness, poderosa composizione in 7/4 che apre Veritas (PPR, 2012), ultimo CD dei tedeschi Invertigo. Certo che, ormai, il prog contemporaneo, pur di emergere, si inventa di tutto.
Ovvio…  questa è semplicemente una curiosità che non modifica di molto un eventuale giudizio di merito sulla tenuta complessiva dell’album, a dire il vero per nulla eccezionale. O meglio. Mi ripeto. Siamo nella media classica di lavori onesti ma riepilogativi, forgiati da abili musicisti soprattutto appassionati del genere. Talenti enciclopedici in linea con la tendenza sinfonica neoprog; missionari glossatori di un sapere sonoro figlio degli anni Novanta e nipote lontano di quello dei Settanta.
C’è chi stravede e strasente per simili prodotti e va bene, ma cosa resterà di questa Veritas? Il valzer alla Porcupine Tree di Waves? Oppure Truth, variazione sul tema di Keyleigh dei Marillion? O le chitarre metalliche e synth sognanti di Lullaby? O lo staccato genesisiano di Dr. Ho? Mezzi da vendere, nulla su cui eccepire: il chitarrista Jacques Moque dà il meglio in un paio di episodi solistici (l’acme in Suspicious), la voce del tastierista Sebastian Brennert possiede la coloritura idonea, ma, al di là di tali pregi, veniamo presto distratti dal “già ascoltato”.
Disco nel disco, The memoirs of a mayfly ipertrofica suite di oltre 20 minuti in 10 capitoli. Un tomone sonoro tra cavalcate alla Dream Theater, aperture ariose di marca Yes, episodi easy reggae con il sax e non pochi inserti neoclassici (con tanto di organo ecclesiastico). Ma non tutte le Supper's ready vengono con il buco…
© Riccardo Storti


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01/04/2012
SUONI DI VITE INTERIORI AL PIANOFORTE

Musica a programma, quella del pianista e compositore Alberto Luppi Musso, giunto al suo secondo lavoro (La mia vita in te, registrato allo Zerodieci Recording Studios tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012). Traccia dopo traccia, Luppi Musso racconta in musica qualcosa di sé, dei propri affetti familiari e delle persone che lo circondano. Lo notammo già in Giovanna (album d’esordio di tre anni fa): d’altra parte anche questo è stile.

Però, per La mia vita in te, è più evidente un impegno “collettivo”, tanto da editare l’intero lavoro come opera dell’Alberto Luppi Musso Quartet ovvero un trio (Massimo Currò alle chitarre elettriche e acustiche; Manuele Dechaud al contrabbasso e Luca Faggioni alla batteria) che si aggiunge al pianista non solo per eseguire, ma anche per arrangiare.

La spinta fusion si rivela maggiormente accentuata rispetto al passato, grazie anche ad una spontanea attitudine improvvisativa jazzistica (Vola in me e Divenir d’amore). Il piano di Luppi Musso inventa la melodia, la armonizza ma dialoga, soprattutto, con l’altra polarità solistica, ovvero la chitarra di Currò (notare il tratto individuale della sua sei corde in quella fiera del “rubato” che è Sabrina; ma ogni assolo di Currò meriterebbe di essere incorniciato a futura memoria. Quando il gusto prevale sulla “virtù”).

Meno retaggi classici (circoscrivibili nel piano solo della title track e in Elisa), più fusion di facile ascolto con sconfinamenti tra Mediterraneo (Terra del Sud e Sud), Liguria (La mia Genova, sorretta dalla voce recitante di Sergio Alemanno, voce storica della canzone dialettale d’autore) e Sud America (Erik e gli echi di Piazzolla in La mia gitana), in un caleidoscopio sonoro di piacevole ed intensa espressività.

© Riccardo Storti



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