| Dal vaso dei Pandora – prog band piemontese – non escono affatto “guai”, ma suoni curati e, soprattutto, una data. Ce ne accorgiamo subito sfogliando il libretto allegato al loro ultimo CD Sempre e ovunque oltre il sogno (BTF, 2010). Una traccia reca una data ben precisa: 03.02.1974. Un indizio il disegno sopra il testo: ma è il Peter Gabriel floreal-teatrale. Butto le otto cifre vincenti su Google e basta veramente poco per scovare che in quel giorno i Genesis suonavano al Palasport di Torino. Sarà così? Ascoltare per dimostrare. E non ci sono equivoci. L’omaggio a 06’03”: il 7/4 di Cinema Show con tanto di melodia al synth. L’evento circoscritto si fa episodio e segnale preciso per un lavoro dalle enormi forme magnifiche e progressive sorretto, per un buon 70%, da tangibilissime derivazioni genisisiane. A onor del vero, però, va sottolineato che il tentativo dei Pandora procede oltre alla calligrafia manieristica del precedente Dramma di un poeta ubriaco per tentare una via personale, pur seminata di crediti di abbagliante tracciabilità. Impressiona positivamente l’opener Il Re degli Scemi: lì c’è voglia di orchestra. La corazzata tastieristica della band dà vita ad un ritratto strumentale con reminescenze allusive alla Sinfonia dal Nuovo Mondo di Antonin Dvořák, al secco colorismo dissonante di Dmitri Šostakovič e alle colonne sonore di qualche Peplum hollywoodiano. Poi largo alle cavalcate imparate in sella da Keith Emerson (L’altare del Sacrificio) o avvistate in non poche pagine del Banco (L’incantesimo del Druido). La confluenza di impostazioni compositive tratte proprio dai Genesis e dal Banco, fa sì che i Pandora raggiungano una sintesi non dissimile a quella realizzata negli anni Settanta da La Locanda delle Fate (conterranei, guarda un po’!) con un’energica attualizzazione di venature prog metal (Tornando dal passato, sezione della suite finale). In Discesa attraverso lo Stige e in Ade, sensazione di paura le connessioni, invece, corrono ad esperienze più ristrette del panorama europeo extra britannico (gli spagnoli Fusioon, alcuni virgulti della Magma di Vittorio De Scalzi quali gli Alphataurus, Corte dei Miracoli e i Celeste, gli olandesi Focus e i francesi Ange). Chiusura troppo prolissa nella megasuite Sempre e ovunque, una sorta di disco nel disco dalla durata di 23 minuti, in cui viene ripreso l’approccio sinfonico de Il Re degli Scemi e mediato da parti cantate inserite in un quadro di riferimento preciso e a tratti eterogeneo: dagli Yes ai Dream Theater passando per i discipuli del neoprog (IQ e Pendragon) più quanto già metabolizzato nei brani precedenti (Genesis in prima fila, ovviamente). © Riccardo Storti
|